È da quando ho aperto il mio primo gioco da tavolo, L’Erede Misterioso, che sono rimasto affascinato dai tentativi di autori e editori di raccontare una storia già nelle prime righe di introduzione al regolamento. Per non parlare di quando ho comprato Heroscape e Arkham Horror! Il primo col suo improbabile melting pot di razze in guerra, il secondo con i cupi e affascinanti scenari lovecraftiani… una goduria per occhi e mente. Spesso quindi si parla di ambientazione o di mondi che stanno dietro al gioco e spesso si parla di temi più o meno appiccicati. Di sicuro ogni gioco nasce astratto, ma lo sforzo che viene fatto per la scelta di temi e situazioni contribuisce a far rimanere in noi giocatori emozioni legate a una singola carta o a una singola mossa. Sfido chiunque, magari durante una partita, a non aver inventato una storiella per accrescere il prestigio o la forza di una propria miniatura o di una propria carta in gioco. Anzi sfido proprio tutti a farlo! Con questo articolo spero di inaugurarne una serie grazie al contributo, in primis, degli altri redattori e in futuro, chissà, anche di qualche singolo lettore. La sfida consisterà nello scrivere una storia, un racconto o qualunque altra cosa in forma scritta prendendo ispirazione da un personaggio, un disegno oppure una meccanica di un gioco che ci ha sempre colpito. Che ne dite di raccontarci la storia del singolo lavoratore di Le Havre o delle difficoltà della famelica famiglia di Agricola o – perché no? – delle avventure e delle battaglie che hanno portato al trono il re di Kingsburg?
Io comincerò queste “storie in gioco” facendovi leggere la lettera che un Milord ha lasciato al Concierge del Grand Austria Hotel per la sua Milady. Una storia triste, vi avverto, ma che potrebbe avere anche un seguito più allegro… qualcuno di voi potrebbe scriverne la risposta, ad esempio 😉.
LETTERA PER MOLLY
Vienna,
8 Settembre 1920
Mia cara Molly, oggi sono esattamente sei mesi che non abitiamo più nell’appartamento di via Cesàr, quell’appartamento che in otto anni ci ha visto tante volte piangere abbracciati e, tante altre, sentito ridere emozionati. Inutile scriverti qual è stata la più grande emozione che abbiamo fatto entrare in casa dieci mesi fa, un’emozione che forse ci ha dato talmente tanto da toglierci poi qualcosa, senza colpa e senza malizia.
Se riceverai e leggerai questa lettera vorrà dire che sarai tornata anche tu nell’albergo in cui adoravamo passare il nostro tempo libero e dove stavamo ore e ore a rilassarci e pensare. Questo era il Grand Austria Hotel, ribattezzato Grand “Nostro” Hotel, tanto ci piaceva e confaceva alle nostre esigenze di liberi pensatori da tavolo da bar.
Ricordi che nell’attesa delle ordinazioni amavamo guardare gli altri clienti ai tavoli e immaginare somiglianze che rimandavano a strani o importanti personaggi?
Da quel signore che io chiamavo l’Atzeco, per via di quella sua faccia quadrata, a quella damina quasi soffocata dal corpetto che chiamavi scherzosamente Principessa Sissi.
Passavamo letteralmente ore a giocare e scherzare su queste cose, tra una fetta di torta e un assaggio di strudel. Quanto erano buoni i dolci viennesi mangiati al suono di due cucchiaini scontranti e scontrosi sugli ultimi bocconi.
In questo passaggio spero di averti fatto ridere, come ti facevo ridere con le mie quotidiane e strampalate battute che adesso non senti e che, purtroppo, non mi fanno dare dello scemo, il titolo per me più ambito, perché pronunciato da due labbra e due occhi sorridenti che mi biasimavano e mi amavano allo stesso tempo.
Ricordi che alla reception, litagavamo praticamente sempre sul colore della stanza? Io fissato con quelle dalle pareti blu e tu con quelle dai soffitti rosso fuoco.
Alla fine perdevamo talmente tanto tempo per decidere che dovevamo poi scegliere tra quelle gialle e quelle verdi rimaste, e lì altri litigi per la scelta del colore. Tu dicevi che le verdi ti davano l’impressione di camere per clienti anonimi e solo di passaggio e che quindi le gialle erano, di sicuro, più adatte per due di casa come lo eravamo noi.
Il più delle volte vincevo io, tu non commentavi e covavi dentro il disappunto, certa che prima o poi me l’avresti fatto notare, magari alla mia successiva verde richiesta. Strano, ma adesso odio anche io le camere che odiavi tu, forse perché mi ricordano che avrei potuto accontentarti più spesso e più volentieri, senza farti sentire messa da parte o in secondo piano rispetto alle mie scelte e alle mie abitudini.
Ricordi che, una volta dentro, sceglievamo con cura il personale da coinvolgere nelle nostre richieste? Non tutti ci ispiravano fiducia e sembravano efficienti: anche se si assomigliavano, ognuno di loro sembrava avere un valore diverso e questo perché ognuno cercava di darti un vantaggio rispetto agli altri.
Sarà stato per le mance, con le quali però confesso di essere stato abbastanza avaro, ma sembravano sempre in gara per riuscire a dare soddisfazione a noi clienti: c’era chi riusciva a farti mangiare prima degli altri, chi riusciva a farti fare uno sconto maggiore, chi addirittura riusciva a farti replicare servizi di cui avevi già usufruito.
Quando eravamo qui insieme lasciavo sempre a te il compito di parlare con il personale, perché io soffrivo della sindrome del maschietto che non doveva chiedere mai informazioni, cosa che mi sottolineavi puntualmente con uno sbuffo quasi imprecante.
Ricordi, ricordi e ancora ricordi, potrei riempire pagine e pagine di ricordi, ma so già che le strapperei e rincollerei infinite volte prima di metterle in una busta o in un mazzo di fiori, per questo vorrei farti concentrare sulla radice della parola ricordi, che è la stessa di quella di ricostruzione, parola che al momento non hai voglia o, peggio, non hai possibilità di sentire o anche solo di pronunciare.
Prima sapevo tutto e non avevo paura di niente, adesso non so nulla e ho paura di tutto, soprattutto del futuro che mi attende, un futuro che senza di te al mio fianco può solo farmi spavento.
Adesso sono solo a questo tavolo e il nostro gioco non mi piace più…
Tuo, Anson
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