scritto sotto dettatura dell’AMICO LucaCiglione
LucaCiglione
L’anno scorso, tornando da GiocAosta, avevo scritto dei Custodi del gioco. Mi era sembrato il modo migliore per raccontare quello che avevo visto ad Aosta: una comunità enorme di persone che, per qualche giorno, mette a disposizione tempo, energie, competenze e passione per permettere a qualcun altro di giocare.
A distanza di un anno, tornando ancora una volta ad Aosta, mi sono accorto che quella riflessione non era finita. Aveva semplicemente bisogno di un’altra domanda.
Quanto valore ha tutto questo?
Mi è tornata in mente una frase attribuita ad Albert Einstein che, in questi giorni, ho continuato a ripetermi: «Non tutto ciò che può essere contato conta, e non tutto ciò che conta può essere contato».
GiocAosta è uno di quei posti in cui questa frase acquista un significato particolare. Raccontato attraverso i numeri, l’evento risulta enorme. Possiamo contare i partecipanti, i tavoli, le partite, gli eventi, le associazioni, gli autori, i giochi messi a disposizione, le ore di apertura, i chilometri percorsi da chi arriva da tutta Italia, ma non è semplice, invece, quantificare cosa stia dietro a quei numeri.
Domenica sera mi sono fermato al banchetto della vendita dei giochi a parlare con un volontario e mentre gli chiedevo la spiegazione di un titolo, ho visto che gli sono venuti i crampi ed ha dovuto sedersi. Era lì da dodici ore, sempre in piedi perché c’erano troppe persone da seguire per fermarsi. Poco distante, un altro volontario stava spiegando l’ennesimo gioco, cercando di parlare in qualche modo mentre la voce era ormai finita. Chissà quanti titoli aveva raccontato spiegando regole a chiunque si fermasse al suo tavolo.
Sono scene che mi sono rimaste in testa, e che mi hanno fatto riflettere, perché quando arrivi a una manifestazione così, normalmente vedi soltanto il risultato. Arrivi in piazza, trovi il tavolo, il gioco, qualcuno che te lo spiega, un posto dove sederti, magari qualcuno disposto a giocare con te e tutto sembra naturale, facile.
Quello che mi affascina è la sproporzione, GiocAosta dura quattro giorni, eppure qualcuno ci lavora per tutto l’anno: mesi passati a pensare agli spazi, a contattare enti, editori e associazioni, a immaginare eventi, a risolvere problemi che noi non sapremo mai di aver avuto perché, quando arriviamo, sono già stati risolti.
E allora ritorna forte in me la domanda iniziale del pezzo cosa è il valore? Come si misura?
Chiacchierando mi è giunta all’orecchio che un creator avrebbe chiesto 450 euro per venire a GiocAosta. Attribuire un valore economico al proprio tempo e alle proprie competenze è legittimo ma, messo accanto a quel volontario rimasto in piedi fino allo sfinimento, quel numero racconta due modi molto diversi di stare dentro allo stesso mondo. C’è chi dice: “questo è il valore del mio lavoro” e chi, tacitamente, quel tempo lo mette a disposizione regalandolo agli altri.
In mezzo ci siamo noi, noi che arriviamo, giochiamo, ci divertiamo e spesso non vediamo nessuna delle due cose. Siamo abituati a pensare che, quando qualcosa funziona, sia semplicemente normale che funzioni mentre sarebbe opportuno imparare a riconoscere quanto lavoro, quanto tempo e quanta generosità ci siano dietro quella normalità.




Ma il valore di GiocAosta è più di quello del tempo che i volontari mettono a disposizione. Quest’anno, per esempio, ho giocato a Dodo con Celeste, una bambina di sette anni.
Era lì con la sua mamma, a quell’ora era ancora in piedi, in mezzo agli adulti, e per lei essere a GiocAosta a mezzanotte doveva avere qualcosa di speciale., una piccola avventura: le luci, la gente, i tavoli pieni, le persone che giocavano ancora quando normalmente avrebbe già dovuto essere a letto. Stava cercando qualcuno con cui giocare e a mezzanotte, in mezzo a tutta quella gente, ci siamo trovati e abbiamo salvato l’uovo del Dodo cooperando e agitandoci urlando quando stava per cadere in acqua.
Raccontata così, potrebbe sembrare una scena insignificante. Una partita a un gioco per bambini, tra due persone che probabilmente non si incontreranno mai più. Perché puoi arrivare ad Aosta per vedere persone che conosci da anni e finire per ricordarti soprattutto di qualcuno che non conoscevi oppure passare una giornata intera cercando gli amici e scoprire che il momento più bello è capitato per caso.
Quest’anno mi è successo anche qualcosa che, per un altro motivo, continua ad avere un effetto stranamente emozionante: alcune persone mi hanno riconosciuto e mi hanno chiesto una fotografia. Quando scrivi o registri una puntata, il pubblico resta astratto. Sai o speri che qualcuno legge, ascolta, commenta, ma non lo vedi e quando una persona ti si avvicina, pronuncia il tuo nome, chiede una foto, e quella distanza scompare.
Ho compiuto da poco quarant’anni, e sto diventando uno di quelli che comincia a dire “ai miei tempi”, eppure il mondo l’ho visto cambiare davvero. L’ho visto diventare più attento al prezzo delle cose, più abituato a chiedersi quanto qualcosa renda, quanto convenga, quanto valga economicamente.
Mio padre ha fatto volontariato per una vita intera, allenando bambini a calcio nel campo del quartiere, per toglierli dalla strada e senza chiedere mai nulla in cambio. Oggi quello stesso campo è guardato dal prete e quello che ci vede è un parcheggio, perché rende di più.
Sono due modi di stare al mondo, e non voglio far finta che siano equivalenti solo perché entrambi legittimi. Il punto è che, quando arrivo ad Aosta, quello che faccio davvero è dare valore al tempo delle persone, ai ruoli che si prendono senza che nessuno glielo chieda, alla generosità che continua a esistere anche quando tutto intorno spinge a monetizzare ogni cosa, do valore agli incontri, alle persone.
Se provo a misurare GiocAosta attraverso i numeri, posso raccontare quanto è grande. Se provo a misurarlo attraverso quello che mi ha lasciato, posso solo dire che, anche quest’anno, ripartendo da Aosta, avevo la sensazione di aver ricevuto qualcosa che non avevo comprato, qualcosa che mio padre capirebbe all’istante, e che forse un mondo sempre più occupato a fare di ogni campo da gioco un parcheggio sta lentamente dimenticando come si riconosce.
E mi piace pensare che magari, tra qualche anno, Celeste si innamorerà davvero dei giochi da tavolo. Magari tornerà ad Aosta, vedrà un signore un po’ più vecchio, e gli si avvicinerà per salutarlo. E magari lui non si ricorderà di quella partita. Lei invece sì.




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