scritta da TORE
Colonna sonora consigliata per la lettura della presente: “Season of the Witch” (1966), 4’58” – Donovan. Non tanto per evocare un’atmosfera horror, quanto perché ricorda che, in fondo, la Strega potresti essere proprio tu! Tempo di lettura della presente: poco più di quattro minuti (più o meno come la suddetta canzone). Meno di una partita a Resonance, ma sufficienti, forse, per convincervi a partecipare al prossimo rituale.
Resonance – Il Rituale Proibito è un gioco di carte competitivo per 3-8 Streghe, dai 14 ai 666+ anni d’età, con una durata stimata dai 20’ ai 40’ a partita, ideato da Sergio Matsumoto, illustrato da Manon “Stripes” Potier e prodotto da DTDA Games (in Italia con Mana Project Studio) Nei panni di una Strega assetata di vendetta, dovremo evocare il nostro Demone completando tre rituali. Nel corso di otto fasi lunari utilizzeremo Oggetti Rituale, Artefatti e Sortilegi per far entrare in risonanza gli elementi necessari all’evocazione, mentre le altre Streghe cercheranno di ostacolare i nostri piani. Vince chi riesce per prima a completare il proprio rituale. Semplice nelle regole, ma sorprendentemente ricco nell’interazione. Già osservando i materiali e leggendo il regolamento, Resonance – Il Rituale Proibito mi ha fatto un’ottima prima impressione. L’esperienza al tavolo avrà confermato quelle sensazioni? Scopriamolo insieme.

Materiale e Grafica
“La magia vive di simboli. Alcuni promettono potere, altri nascondono un prezzo.”
Fin dal primo sguardo, Resonance comunica con chiarezza le proprie intenzioni. Lontano dall’immaginario fantasy più colorato e spettacolare, sceglie una strada diversa: quella dell’occulto, del mistero e delle antiche pratiche rituali. Non spaventa, inquieta. La scatola, compatta e resistente, richiama immediatamente l’estetica del gioco. Una volta aperta, la sensazione non cambia: ogni elemento sembra appartenere allo stesso universo narrativo. Le carte, numerose e di buona qualità, presentano una piacevole consistenza al tatto, pur rinunciando alla finitura telata. Una scelta che non compromette comunque la fruizione durante le partite. Le illustrazioni di Manon “Stripes” Potier rappresentano il punto più alto della produzione. Il tratto richiama certe incisioni ottocentesche e, per atmosfere e contrasti, mi ha ricordato in più di un’occasione il lavoro di Mike Mignola su Hellboy. Demoni, streghe e artefatti sono caratterizzati con pochi elementi, ma riescono comunque a trasmettere una forte identità visiva. Anche l’impaginazione merita una menzione. Il regolamento adotta uno stile grafico coerente con il tema e riesce a mantenere una buona leggibilità senza rinunciare all’atmosfera. È un dettaglio che può sembrare secondario, ma contribuisce a rendere l’esperienza complessiva più immersiva. Resonance non vuole impressionare con miniature o componenti appariscenti. Punta invece sulla coerenza estetica e sulla capacità di evocare suggestioni. Da questo punto di vista, l’obiettivo è pienamente raggiunto.

Come si gioca
“Ogni rito ha le sue regole. La differenza sta nel seguirle fino al momento giusto.”
In Resonance – Il Rituale Proibito ogni giocatore interpreta una Strega che tenta di evocare il proprio Demone completandone i tre livelli di evocazione. Per riuscirci dovrà far entrare in risonanza i propri Oggetti Rituale con le otto Lune che compongono il Cerchio Lunare. La partita si sviluppa in una serie di round, uno per ciascuna Luna. All’inizio di ogni round viene rivelato un Oggetto Transitorio al centro del tavolo e, simultaneamente, tutte le Streghe scelgono una delle azioni disponibili: giocare un Oggetto Rituale, un Artefatto o un Sortilegio, pescare nuove carte oppure scartarne alcune per ottenere specifici benefici. Terminate le scelte, si passa alla fase di Risoluzione. Qui vengono attivati i Sortilegi, confrontati gli Artefatti e determinata la tipologia di Oggetto Rituale che entrerà in risonanza con la Luna corrente. Gli Oggetti che risuonano correttamente possono essere utilizzati per sbloccare uno dei livelli di evocazione del proprio Demone. Ogni Demone richiede una combinazione diversa di Erbe, Minerali e Pozioni e può essere sbloccato un solo livello per round. La prima Strega che completa tutti e tre i livelli dichiara la propria vendetta e vince la partita. Il regolamento include inoltre una modalità a squadre per sei, sette oppure otto giocatori. In questo caso, due coppie di Streghe condividono lo stesso Demone e collaborano per completarne l’evocazione prima della congrega avversaria.

L’esperienza di Gioco
“Ogni magia promette un istante perfetto. Il difficile è riconoscerlo.”
Dopo diverse partite, mi sono reso conto che Resonance non parla davvero di evocazioni e demoni. Parla di informazioni. Di quelle che decidiamo di mostrare e di quelle che preferiamo tenere nascoste. Ogni carta racconta qualcosa, ma mai abbastanza da offrire certezze. Si osservano le carte, certo, ma soprattutto le persone che le giocano. Mi è tornato spesso in mente The Prestige di Christopher Nolan. Come nel film, il segreto non risiede nel trucco, ma nel modo in cui viene costruito davanti agli occhi degli altri. In Resonance ogni scelta è pubblica, eppure le intenzioni restano spesso ambigue. Da qui nasce gran parte del coinvolgimento: cercare di capire cosa stanno preparando gli avversari mente si tenta, allo stesso tempo, di nascondere il proprio piano. La tensione che si crea al tavolo è costante, ma misurata. Non esplode quasi mai in colpi di scena clamorosi; cresce, invece, turno dopo turno, alimentata da ipotesi, dubbi e interpretazioni. Le soddisfazioni più grandi non arrivano necessariamente quando si completa un rituale, ma quando una lettura corretta viene confermata dai fatti o quando un avversario cade in un’interpretazione sbagliata delle nostre mosse. Ciò che rende ogni partita diversa dalla precedente non sono tanto le carte, quanto le persone sedute al tavolo. Alcuni giocatori costruiscono con pazienza la propria strategia, altri cercano di accelerare i tempi e mettere pressione agli avversari. Resonance lascia spazio a questi approcci senza imporne uno dominante, trasformando ogni partita in un confronto fatto di intuizioni, rischi calcolati e decisioni prese con informazioni inevitabilmente incomplete.

Il Senso di Crescita
“Le regole si imparano. Gli avversari si comprendono.”
Le regole di Resonance si apprendono rapidamente. Comprendere davvero il gioco richiede invece qualche partita in più. Nelle prime sfide mi sono concentrato soprattutto sulla mia mano, cercando completare il Rituale nel modo più efficiente possibile. Col tempo ho iniziato a rendermi conto che l’efficienza, da sola, raramente basta. La crescita passa attraverso piccoli dettagli. Ricordo partite in cui ho utilizzato subito un Artefatto appena pescato, salvo accorgermi troppo tardi che conservarlo per un round avrebbe generato molta più pressione sugli avversari. In altre occasioni ho inseguito ostinatamente una Luna già compromessa, quando sarebbe stato più saggio cambiare obiettivo e preparare il round successivo. Sono errori che il regolamento non impedisce di commettere e che, proprio per questo, insegnano qualcosa. Con l’esperienza si impara a ragionare su più livelli contemporaneamente. Le carte non sono più soltanto strumenti per completare il proprio rituale, ma diventano risorse da gestire nel tempo. Una carta conservata in mano può rappresentare una minaccia, un’esca o semplicemente un’opzione da tenere aperta.
Le decisioni acquistano peso perché raramente esiste una scelta perfetta: esiste soltanto quella più adatta alla situazione che si è creata al tavolo. È qui che Resonance mostra la sua qualità più interessante. La profondità non nasce dall’aggiunta di nuove regole o eccezioni, ma dalla crescente capacità dei giocatori di sfruttare ciò che il sistema offre fin dall’inizio. Dopo diverse partite ho avuto la sensazione di commettere meno errori evidenti, ma non di aver “risolto” il gioco. Al contrario, ogni partita sembrava suggerire nuove possibilità e nuovi approcci. Le sconfitte, per questo motivo, raramente mi hanno lasciato la sensazione di aver perso per sfortuna. Più spesso mi hanno fatto venire voglia di rimettere subito le carte sul tavolo per verificare una nuova idea o correggere una valutazione sbagliata. È questa, a mio avviso, la forma di crescita più autentica che Resonance riesce ad offrire.

Come Scala
“Ogni Cerchio cambia con il numero delle Streghe che lo compongono.”
Nelle partite che ho fatto, Resonance si è dimostrato piuttosto flessibile, pur cambiando sensibilmente volto in base al numero di giocatori. La maggior parte delle mie partite si è svolta in tre o quattro giocatori, con alcune sessioni in cinque. Non ho invece avuto modo di provare la modalità a squadre, che richiede un gruppo più numeroso di quello che abitualmente si siede al mio tavolo. In tre giocatori ho trovato la configurazione migliore. I turni scorrono rapidamente, è più semplice tenere sotto controllo ciò che accade e le scelte degli avversari rimangono leggibili senza diventare prevedibili. Diverse delle partite che ho giocato in questa configurazione si sono concluse in poco meno di mezz’ora, lasciando sempre la sensazione che ogni decisione avesse avuto un impatto concreto sull’esito finale. In quattro giocatori il gioco conserva la sua fluidità, ma aumenta il livello di incertezza. Durante una delle partite più combattute, una Luna che sembrava ormai destinata a entrare in risonanza è stata completamente ribaltata alla fine della fase di risoluzione. È una configurazione più caotica, ma anche quella che ha generato le reazioni più vivaci attorno al tavolo. Le poche partite disputate in cinque hanno evidenziato un ulteriore cambio di passo. L’interazione resta coinvolgente, ma i tempi si allungano e diventa più difficile seguire con attenzione i piani di tutti i partecipanti. La maggiore imprevedibilità può piacere, ma a mio avviso sacrifica parte di quella chiarezza decisionale che rende il gioco particolarmente interessante; se dovessi consigliare una configurazione, sceglierei senza esitazioni il tavolo a tre giocatori. In quattro Resonance continua a funzionare molto bene e offre un’esperienza più movimentata; in cinque rimane piacevole, ma perde in controllo e leggibilità.

Conclusioni
“Ci sono giochi che si vincono. E giochi che si ricordano.”
Resonance mi ha sorpreso e convinto. Dietro un regolamento accessibile e una durata contenuta si nasconde un gioco che trova la propria forza nelle persone sedute al tavolo più che nelle carte stesse. I materiali sono curati, l’identità visiva è forte e il sistema riesce a generare una tensione sottile, ma costante senza ricorrere a regole complesse. Non è un titolo per chi cerca controllo assoluto o pianificazione a lungo termine. Al contrario, premia osservazione, adattabilità e capacità di leggere il tavolo. Lo consiglio? Senza esitazioni. A circa 35 euro offre un’esperienza originale, elegante e capace di lasciare qualcosa anche dopo l’ultima partita.
“Perché, in fondo, i rituali finiscono, ma le emozioni vissute intorno a un tavolo continuano a risuonare a lungo nel tempo.”
RINGRAZIO L’EDITORE PER LA COPIA RECENSORE FORNITA IN CAMBIO DI UNA RECENSIONE IMPARZIALE E INTELLETTUALMENTE ONESTA

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