scritto da Fabio (Pinco11)
2378 sostenitori e circa 135.000 dollari sono il bottino raccolto a suo tempo dalla Rock Manor Games di Mike Gnade nella campagna di finanziamento di The Few and Cursed, gioco per 1-4 giocatori, con tempo a partita di 60-120′ (dipendente dalla lingua per via di testo sulle carte).
Il titolo invita i giocatori a calarsi nei panni di altrettanti personaggi dell’omonimo fumetto (qui da noi non granché noto), ambientato in un ipotetico mondo western post nucleare, e a girovagare per le varie location indicate sulla mappa, impegnati nello svolgere incarichi, nel rintracciate mostri e malviventi (most wanted) et similia.
Difficoltà: media (2,56 su 5 su BGG)
Meccaniche: deck-building anche se non troppo spinto
Si srotola sul tavolo, per prima cosa, il maxitabellone ed ogni giocatore riceve una plancia personale (che ad altro non serve se non a tenere traccia di tre valori utili ai fini del gioco), una miniatura, che colloca nella cittadina di San Andreas al centro del tavolo ed un mazzetto di carte personalizzato.
Si collocano negli appositi spazi i vari mazzi di carte (incontri, lavori, ricercati, …) e si parte.
Ogni turno ha uno svolgimento a fasi ed i giocatori si alternano nello svolgere la propria fase e passare oltre. Si inizia con la pesca di due carte dal mazzo upgrades e con la scelta di una di esse da tenere ed una da scartare (qui sta tutto il deck building), quindi si passa alla fase degli incontri, che consistono nel pescare una carta da un apposito mazzo ed affrontare le sfide indicate (ricevendo in caso i bonus o malus conseguenti) o, se si è in città, nel prendere lavori (obiettivi o quest) o comprare equipaggiamento (con acqua, che fa da valuta).
Segue poi la fase delle azioni, nella quale se ne svolge una a scelta tra le opzioni disponibili (combatti per catturare ricercati, acquisisci artefatto, svolgi l’azione speciale del personaggio, passa – accampati, ruba ad un altro giocatore, …).
A fine turno ha luogo il classico refresh della propria mano (scarta ciò che vuoi e ripristina a 4 carte), con il rientro alla base quando il proprio mazzo deve essere rimescolato (a meno che non si sia scelto prima di passare).
Nel corso del match si accumulano punti vittoria sotto forma di grit points e la partita ha termine quando tre dei maxi mostri che compaiono a fine dei mazzi most wanted sono sconfitti, quando uno di essi raggiunge la città di partenza o sono stati recuperati tutti gli artefatti. A fine punto si contano i grit e chi più ne ha, vince.
La scatola del gioco è di quelle massicce e generose, ma all’interno poi c’è un sacco di spazio, in quanto il componente di maggior dimensione è proprio il tabellone, che in effetti è bello grande, un pelo oltre il necessario, visto che metà dello spazio serve solo ad accogliere mazzi di carte.
La produzione, però, risente delle necessità di kickstarter, per cui abbiamo in dotazione anche otto miniature, quattro delle quali per i personaggi e le altre quattro, di dimensioni più generose, per i mostri, oltre ad una gran quantità di carte, tutte riccamente illustrate e pienamente a tema del fumetto al quale il gioco si ispira.
Il comparto grafico, quindi, rappresenta il vero punto forte della componentistica, che sotto questo aspetto risulta ben superiore alla media.
Nel contempo abbiamo anche alcuni peccati veniali, come una iconografia non sovrabbondante e non troppo grande sulla mappa (le caratteristiche delle location sono sul manuale) ed un manuale che avrebbe avuto bisogno di una revisionata, chiarificando alcuni concetti, ma nel complesso tutto questo impatterà principalmente sulla prima partita e poi vi passerà completamente di mente.
Il gioco si colloca nel filone dei titoli che partono dall’idea di proporre al giocatore di vagare per una mappa, svolgendo, nel farlo, azioni, grazie alle quali si fanno progredire le caratteristiche del proprio personaggio e si conquistano, parallelamente, punti vittoria. In questa categoria cito, per esempio, il mostro sacri Mage Knight, probabilmente il migliore di questo genere, ma sicuramente molto più complesso del titolo del quale ci stiamo occupando oggi, oppure Western Legends, decisamente più affine come peso specifico.
Quanto ad ambientazione compare il riferimento ai punti maledizione, che ricordano tanto l’insanità crescente dei giochi a tema Chtulhu.
In questo caso si è scelto di introdurre, come motore di gioco, mazzi di carte asimmetrici, che vengono alimentati nel corso della partita da nuove carte, con la peculiarità, però, che le carte aggiuntive non vengono qui comprate, come accade usualmente, ma semplicemente pescate ad ogni turno (ne peschi due e ne tieni una), semplificando di molto il tutto.
Le carte, poi, nella maggior parte dei casi sono estremamente semplici, perchè restituiscono, giocandole punti attacco, movimento e così via, che sono utilizzati poi nel corso dell’azione che si sceglie o per incidere sul personaggio (incrementando le tracce disponibili). Per fare un esempio, posso pescare una carta incontro e scegliere tra le varie opzioni disponibili quella che le carte che ho in mano mi consentono (es. devo scappare, quindi mi servono 3 punti movimento verdi: gioco le due carte che me li attribuiscono e ottengo il premio di 2 gettoni acqua), ottenendo il premio corrispondente.
Sullo sfondo ci sarebbe lo sforzo di colorare le cose che si fanno con una sorta di storia, per cui sono proposti lavori che richiedono di recarsi in specifici luoghi e carte incontro che illustrano gli esiti di interazioni, ma alla fine il livello di immersività è relativo e soggettivo, perchè la storia qui non segue mai un filo logico, come accade nei narrativi o seminarrativi, bensì è solo l’insieme di più eventi slegati tra loro.
Nel complesso, comunque, ognuno sviluppa rapidamente una pianificazione delle cose da fare, raccogliendo il necessario per sconfiggere cattivi e/o mostri e/o per pompare il proprio personaggio, per cui c’è una parte di deck building (anche se liofilizzato, come accennato) e ve ne è anche una di costruzione del proprio motore, sotto forma di incremento delle caratteristiche del proprio omino, con tracce, anche qui ridotta ai minimi termini, di rpg.
Nell’insieme il tutto gira adeguatamente, anche se non traspare poi una non esagerata quota di innovazione (le meccaniche sono piuttosto note) e talvolta il peso della sorte può risultare frustrante (vedi incontri), così come l’interazione può passare dal nulla (se tutti girano indipendentemente) al significativo, se qualcuno si mette a derubare per sport gli altri.
L’accoglienza riservata al gioco rispecchia, per certi versi, le luci ed ombre che ho descritto, godendo esso su BGG di un accettabile 7.3 di voto medio, che gli impediscono di emergere troppo dalla massa.
Interessante è, infine, la presenza di varianti solitario e cooperativa.
The Few and Cursed può rappresentare, quindi, un porto sicuro per appassionati del genere, che abbiano gradito titoli come Western Legends o per chi magari sia stato attratto da Mage Knight, ma scoraggiato dalla difficoltà di quest’ultimo. Deck building semplificato, costruzione di una personaggio, ma con poche statistiche, incarichi vari ed incontri da superare come se piovesse sono gli ingredienti di un gioco che si propone di approcciare il genere dei giochi di esplorazione tabellone in forma semplificata e con una forte caratterizzazione grafica. Nell’insieme la miscela funziona, anche se non sarà probabilmente il piatto più speziato che abbiato provato ultimamente.