[Recensione] Riverboat: il nuovo Burgen?

scritto da Fabio (Pinco11)


In questa fase della stagione oramai i titoli di punta usciti in autunno sono stati più o meno provati e si arriva a mettere sul tavolo quelli che, per un motivo o per l’altro, ci eravamo persi sino a questo momento. È in tale fase che a volte si scoprono delle perle nascoste, esattamente come accadeva una volta, quando d’estate, stagione un tempo avarissima di uscite cinematografiche, si andava a vedere un bel film, distribuito per sbaglio in agosto invece che d’inverno.
A questo giro la mia piccola perla è Riverboat, che sulla scatola reca il nome di Michael Kiesling, il quale ha conquistato forse la palma di autore di punta del 2017, grazie anche ai suoi Azul e Heaven & Ale, due dei miglio giochi dell’annata.
Editore del gioco, ambientato sul fiume Mississippi, sul quale i giocatori sono chiamati a commerciare quanto prodotto nei propri campi, è la Lookout Games, 2-4 i giocatori, 90′ il tempo a partita (indipendente dalla lingua, salvo il manuale) e 12+ l’età.



IL GIOCO IN POCHE PAROLE

Ogni giocatore ha a disposizione una bella plancetta esagonata, che di primo acchito ricorda tanto quella di Burgen von Burgund: nel corso del gioco l’andrà riempiendo con tesserine esagonali che riproducono i vari tipi di coltivazioni disponibili.

La partita si svolge in 4 turni, ciascuno dei quali è articolato in 5 comode fasi.
L’idea, per sintetizzare, è quella che prima si proceda a piazzare omini (8) sulle proprie schede, collocandone ciascuno in uno spazio corrispondente al colore della carta che si estrae (le caselle hanno sfondi di 5 tinte diverse); terminata questa fase si procede a turno a prelevare dall’offerta comune tesserine coltivazione (ve ne sono di diverse dimensioni, da 1 a 3 esagoni), collocandole sotto agli omini piazzati. Quindi si vanno a idealmente spedire le merci, rimuovendo gruppi di omini da esagoni merce dello stesso tipo ed ottenendo in cambio dei bonus variabili (si acquisiscono così le tessere barca che daranno punti a fine partita).
Segue la fase di acquisizione di carte obiettivo e infine quella di attribuzione di punti vittoria con la possibilità di piazzare 2-3 omini verdi che li attribuiscono in corrispondenza della varie categorie di punteggio.
A fine partita scattano gli ultimi bonus e chi ha più punti vince.

PERCHÉ NON NE HO SENTITO PARLARE?
La risposta è che ne è editore la Lookout Games controllata dalla Mayfair, la quale era, proprio nel periodo di Essen, in pieno caos (in seguito è stata grosso modo acquisita dalla Asmodee), tanto che anche su BGG non sapevano a chi far riferimento per avere notizie sulle loro uscite. Il manuale non si trovava (tuttora su BGG c’è un sunto …). Quindi di Riverboat non si sapeva granché e si è parlato poco.

In effetti ora su BGG gode di un ottimo 7,6 di voto medio, ma i commenti restano ancora solo poco più di un centinaio, a riprova di come il gioco resti una sorta di curioso underdog, sotto il radar della maggioranza degli appassionati del settore.
Al nostro tavolo, provato più volte e da diversi gruppi, ha raccolto un ottimo consenso, per cui eccomi qui a parlarvene, quasi in anteprima, anche se a diversi mesi dalla sua uscita … 😉

COME SI PRESENTA
La componentistica è nel complesso soddisfacente, anche se non è di quelle che colpiscono l’occhio in modo straordinario. La grafica è di Franz Klemens e qui, pertanto, siamo nello standard di riferimento, con disegni ben fatti, colori rilassanti e complessivamente un quadro d’insieme più che soddisfacente.

Per il resto i materiali in legno sono essenziali, con un set di omini bianchi e verdi che sono distribuiti tra i giocatori (non c’era necessità di differenziare i colori, visto che ognuno piazza solo sulla propria plancia) e di carte di formato contenuto, ma chiare per leggibilità e icone. A voler essere pignoli le tinte di fondo delle caselle sulle plance non sono poi così diverse, ma sono stati comunque intelligenti a inserire su di esse dei simboli tipo carte da gioco, per renderle più facilmente identificabili.
Messo sul tavolo il tutto è sufficientemente funzionale ed efficace, per cui direi che i componenti risultano più che adatti allo scopo.


COME GIRA
Le regole ho dovuto sintetizzarle, perché ad andare nei dettagli comunque qualche piega esce, ma la realtà è che Riverboat risulta appena un filo lungo da spiegare la prima volta (ci sta che ci mettiate 20-30 minuti), perché le cose da fare sono poche e collegate in modo abbastanza logico, ma ci sono sempre quelle cosette e particolarità da capire e alla fine la prima partita ci vuole tutta per entrare nelle logiche del flusso di gioco.
Il fatto che ogni turno sia diviso in rigide fasi infatti aiuta quando ci si rigioca, mentre il tutto appare un poco ingessato alla primissima esperienza. Anticipo quindi subito che, soprattutto se l’intero gruppo è alla prima partita, per dare vere valutazioni dovrete attendere almeno la seconda, per superare il senso di smarrimento da prima esperienza. Ho notato infatti anche nel mio gruppo che il gioco è venuto fuori in modo graduale, acquistando consensi anche da parte di chi alle prime esperienze lo aveva valutato come troppo farraginoso per i suoi gusti.

Di fatto siamo di fronte a un ennesimo capitolo di un macrogenere che pare essere molto di moda di questi tempi, ovvero quelli che definisco come puzzle game, ovvero titoli che propongono la sfida di cercare di assemblare al meglio i pezzi che il gioco propone, per ottenere da essi il risultato migliore. Qui, a differenza dei SimCity, le tessere non si influenzano granché tra loro, per cui gli scopi primari restano quelli di cercare di collezionare tessere dello stesso tipo (ci sono bonus sia per chi ne colleziona un tot, sia per chi spedisce più merci insieme) e di assemblarle sul tabellone in modo da creare catene continue (che si sfrutteranno con i pozzi) o circoli (da valorizzare con le capanne), il tutto con un occhio anche ai colori di sfondo.
Di cosette aggiuntive da tenere in considerazione, poi, ne sono state inserite diverse, in modo tale da rendere il tutto abbastanza vario e da fornire le classiche variegate strade per la vittoria. In questa logica compaiono per esempio gli obiettivi, ma anche la possibilità di rinunciare ad alcuni omini per ottenere, grazie ad essi, punti fissi alla fine di ogni turno.

La logica della coperta troppo stretta è ben declinata e spesso vi troverete di fronte ai classici interrogativi, tipo “piazzo ora l’omino punteggio o aspetto dopo? se lo metto ora faccio meno punti, ma poi se ne procurerò altri, tanto più di 2 a turno non ne posso usare …“, “rinuncio a piazzare un omino bianco al prossimo turno e mi assicuro 4 punti?“,  per cui è necessario pianificare e sviluppare un filo conduttore che unisca le nostre azioni.
Diciamo che, pur rimanendo tutto discretamente leggero, la struttura d’insieme è abbastanza profonda da consentire pianificazioni e da risultare divertente, pur rimanendo le partite nell’arco, grosso modo, dell’oretta di gioco (quattro giri passano, alla fine, velocemente).
Interessanti (anche qui si ha l’idea di un meccanismo che gira bene) le idee, infine, di fornire una risorsa apposita (il denaro) che consente di piegare alcune regole, facendo acquisire una certa libertà di movimento, così come quella di impostare un diverso ordine di turno per ogni fase di gioco, legato a chi sceglie il relativo bonus a inizio turno.

Al capitolo interazione avrete intuito che di base il gioco parte con la logica del coltivare il proprio orticello, perché ognuno lavora sulla propria scheda e nessuno verrà mai a portare via le tue patate o rape, ma nel contempo la presenza degli altri si sente parecchio, grazie a diversi accorgimenti. Il primo è rappresentato dalla presenza delle tessere ricompensa per le consegne (le barche), delle quali ne è disponibile una per tipo a turno, cosa che spesso scatena corse e calcoli sulle sequenze di consegna altrui, il secondo è dato dalla disponibilità di un numero limitato di tessere merce sul mercato dal quale si pesca a turno e infine (per quello che mi viene in mente da segnalare) ci sono diversi bonus che sono riconosciuti a fine partita per le maggioranze (di omini inviati sulla scheda centrale e nel percorso che costeggia le proprie tessere barca).
Alla fine, per un gioco che parte tranquillo tranquillo, spazio per cattiverie di vario tipo e per sgomitare si scopre che se ne trova, eccome.

Scalabilità? Be’, la logica resta sempre la stessa, ma per tante cosette il multigiocatore (prima fra tutte la meccanica delle maggioranze) si fa preferire.



MA HAI CITATO BURGEN?
Sì, nel titolo ho riportato un cenno al classicone di Feld, ovvero I Castelli della Borgogna (Burgen von Burgund) e siete liberi di chiedermene la ragione, visto che qui, a differenza del titolo richiamato, non troviamo né dadi, né edifici con poteri variabili.
Vi rispondo che è vero che ci sono queste differenze, per cui non siete per niente di fronte a un clone del gioco in questione, ma semplicemente a un gioco che, per associazione mentale, me lo ha ricordato, sia per la struttura di fondo (riempi una scheda ad esagoni con tesserine di quella forma), sia per la presenza di elementi come la plancia centrale mercato dalla quale tutti pescano, sia per la natura di puzzle game che accomuna i due titoli.
Se volete un seguito, quindi, direi che non lo trovate in Riverboat, ma se cercate qualcosa che possa restituire sensazioni che ricordano quell’esperienza di gioco, potreste anche dargli un’occhiata.

CONCLUSIONI
Valuto Riverboat come un classico underdog di questa stagione. Uscito fuori dai radar per via di una scarsa pubblicità e reperibilità, sembra che pochi lo abbiano scoperto e gli abbiano dato le giuste chance.
Al mio tavolo, però, si è ben distinto, mescolando dinamiche classiche (puzzle game, gestionale, scelta ‘personaggio’ a inizio turno per i bonus, maggioranze) in modo efficace, garantendo un gameplay rapido (gira in un’oretta abbondante, a seconda dei casi), senza sacrificare troppo la possibilità di pianificazione. Adatto ad un pubblico abbastanza ampio, anche se non agli occasionali puri.
Attendo commenti da chi lo abbia provato 😉

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