[Recensione] Bali

scritto da Fabio (Pinco11)


Nel 2011 esce, sotto le insegne di Kosmos, Rapa Nui di Klaus-Jürgen Wrede, che altri non è se non il signor Carcassonne, ossia l’inventore di uno dei più noti titoli introduttivi di sempre.
Si trattava di un gioco di carte decisamente interessante – con alcuni spunti tali da renderlo qualcosa di diverso dal solito giavvisto – ed otteneva anche un certo riscontro, senza tuttavia sfondare, complice anche una distribuzione non troppo ampia e, forse, alcune scelte grafiche che non convincevano diversi commentatori su Internet.
Ora la White Goblin Games ha deciso di recuperare quel titolo (da tempo non reperibile), fornendogli una nuova ambientazione (e aggiungendo un paio di varianti), inserendolo ora a Bali, rimanendo inalterate le caratteristiche di base del predecessore (2-4 giocatori, partite contenute in 30-45 minuti, 10+ l’età, indipendente dalla lingua salvo il manuale).
Livello di complessità: medio-basso.


IL GIOCO IN POCHE PAROLE


È un gioco a base di carte e di esse ve ne sono due mazzi.
Il primo è quello delle carte che si giocano durante la partita e qui abbiamo scalpellini, operai (gatherer), preti e altari. Il secondo invece contiene le carte sacrificio, ossia i beni (raccolti dagli operai) che possono essere sacrificati sull’altare centrale e che danno punti a fine partita.

Si parte con quattro carte in mano a ciascuno e al centro del tavolo sono poste, divise in file, le carte del mercato dal quale ognuno si approvvigionerà nel corso della partita (solo l’ultima di ogni fila è disponibile di volta in volta, liberando la successiva).

Il turno del giocatore prevede prima la possibilità (opzionale) di comprare una carta sacrificio e poi, semplicemente, di giocare una carta di fronte a sé (o un set di carte, se sono tutti artigiani dello stesso tipo) dalla propria mano. Alcune carte si giocano senza costo (prete, scalpellino e i singoli operai), mentre altre richiedono una spesa in pietre (altare e più operai giocati insieme).

A quel punto – e qui sta la chiave del motore del gioco, la fase di produzione – il giocatore di turno rimpingua la propria mano e attiva l’effetto speciale dell’ultima carta (produttivo) che egli ha scoperto nel rimpinguare. Questo concetto è difficile da spiegare a parole, ma immediato avendo davanti a sé il gioco: l’idea è che se da una fila di carte prendo l’ultima visibile, andrò a scoprirne, rendendola disponibile, un’altra e l’effetto che attiverò sarà quello. I preti danno punti, gli scalpellini pietre, gli operai carte sacrificio, il tutto con effetti incrementati sulla base del numero di carte di quel tipo che si hanno davanti e/o della maggioranza di esse. 

Gli altari, invece, fanno scattare una fase sacrificio, nella quale ognuno scarta una delle proprie carte sacrificio mettendola sull’apposito altare (chi ha giocato l’altare può metterci sopra anche una ulteriore carta presa dalla riserva).
A fine partita si contano le carte presenti sull’altare, determinando così i valori di ogni tipo di carta sacrificio posseduta dai giocatori (la carta più scartata varrà 3 punti per ciascuna, la seconda 2, la terza 1 e la quarta nulla …).



COME SI PRESENTA


È alla base un gioco di carte, ma la presentazione è stata studiata bene e nel complesso si presenta ottimamente sul tavolo. La grafica delle carte è stata affidata all’esperto Dennis Lohausen (Camel Up, Aquasphere, Coal Baron, Dominion, A Feast for Odin) e colori e tinte sono stati utilizzati in modo tale da non creare di solito sostanziali difficoltà nel colpo d’occhio (le carte sacrificio in particolare sono molto lineari e pulite), con unica eccezione data dalle carte altare e prete, che hanno il bordo e colori simili (credo giustificate dal fatto di poter entrambe produrre punti vittoria).
Simpatico l’altarino componibile centrale, per un impatto d’insieme che fa rientrare il tutto nel classico adeguato allo scopo. 

COME GIRA


Il buon vecchio Rapa Nui era un titolo che su BGG non aveva mosso poi tantissimo, rimanendo come voto di poco sotto al sette, ma nel contempo è un gioco che tra i miei amici connoisseur gode di una fama decisamente ottima. In particolare sia il buon Teo che Faustoxx me lo hanno indicato da tempo come uno dei loro preferiti e il primo lo gioca regolarmente su Yucata.de, piattaforma online sulla quale sono disponibili le versioni digitali di diversi giochi da tavolo.
Messo sul tavolo e proposto a diversi amici che non avevano mai provato il predecessore, che è ora di difficile reperibilità (cosa che giustifica la riedizione), l’effetto è stato generalmente più che positivo, richiedendo subito, in ogni occasione nella quale l’ho messo sul tavolo, il rematch, sintomo, questo, di un titolo che ha convinto e che si vuole approfondire.
La prima chiave di lettura che propongo è quella che Bali è un gioco che per certi versi non ti aspetti, perché propone, accanto ad una logica che tutti conoscono (raccolta set di carte uguali), tipica dei giochi di carte, altre meccaniche tipiche invece dei più tradizionali titoli gestionali.
In effetti ad ogni turno, giocando una carta davanti a sé, ogni giocatore va ad incrementare il proprio classico motore produttivo, ma poi il motore in questione viene attivato ogni turno (per tutti, non solo per il giocatore di turno) sulla base della scelta compiuta della carta (/e) da prelevare.
Qui si aprono le prime opzioni, perché da una parte devi gettare l’occhio su ciò che maggiormente ti serve per sviluppare il tuo gioco e dall’altra vedere se si sta attivando un effetto che magari avvantaggia più gli avversari che te stesso.
Poi devi andare a capire cosa giocare e qui devi vedere bene in che direzioni vanno gli altri, perché è vero che specializzarsi porterà ad ottimi risultati, incrementali, nel settore prescelto (se potenzio, per esempio, gli scalpellini, ogni volta che si attivano prenderò una raffica di pietre), ma è anche vero che gli avversari, se vedono che io sono monopolista o quasi in un settore, eviteranno di attivarlo, lasciando solo a me quell’incombenza.

L’altra scelta strategica da compiere è poi quella del sacrificio. Ad ogni altare giocato (attribuisce punti vittoria a fine partita, per cui qualcuno lo giocherà sempre, anche se costa caro) infatti si apre la fase di sacrificio e qui si deve cercare di essere equilibrati, ovvero da una parte cercare di sacrificare le carte del tipo che si possiede maggiormente (per valorizzarle ai fini dei punti di fine partita), ma dall’altra si deve tenere conto che più carte dei tipi buoni dò via, meno punti farò … La classica coperta stretta, insomma.

C’è poi, a margine, una meccanica che nelle prime partite si tende a dimenticare, che è quella della costruzione di una fila di carte operaio dello stesso tipo, che consente di acquistare all’inizio del turno, a prezzo sempre più scontato, carte sacrificio.
Nel complesso, insomma, abbiamo un gioco che resta semplice nella sua struttura di base (gioca una carta, preleva una carta, attiva un effetto), ma che dietro alla apparente linearità nasconde diversi livelli di riflessione.
Interessanti e utili a dare un attimo di varietà, pur senza cambiare radicalmente il flusso del gioco, sono le due miniespansioni aggiunte, che incidono sulla libertà di scelta delle carte e sulla prevedibilità.

Le reazioni che ho colto al mio tavolo sono risultate tutte accomunate da un generale interesse per il gioco, che è emerso per tutti come meritevole e questo è già un bel punto di partenza. La prima reazione, anche grazie al tempo di gioco contenuto, è stata quindi quella di rifarne un’altra subito, per entrare meglio nelle logiche del gioco e qui qualcuno ha cominciato a spiccare il volo e qualcun altro è rimasto ancora impaludato.
La cosa più difficile da capire è come governare e indirizzare il tutto, stando in equilibrio tra il coprire un po’ tutti i settori, per evitare che gli altri prendano troppo il volo, e concentrarsi su qualcosa, per prendere grazie a quell’ambito un margine di vantaggio. Centrale è poi la costruzione degli altari, perché essi indirizzano poi i valori delle carte sacrificio a fine partita, ma essi costano abbastanza e in partite nelle quali, per un motivo o per l’altro, si sono raccolte tutti poche carte, esse diventano poi preziose anche in logica sacrificio.
Semplice, dunque, la base, ma non così immediato il controllo. Personalmente gradisco assai questo tipo di giochi, che rimangono globalmente nel facile da spiegare, ma che consentono ugualmente riflessioni.
Eccovi i pareri di alcuni:
Carlo: Un gioco fatto bene, ci sono diverse cosette da tenere in conto. Ottimo in seconda serata.
Berna: Molto bello. Penso possa piacere anche a mia moglie. Me lo lasci?
Pier: Maledetto gioco. Ci sto entrando dentro. Ma non ci sono ancora del tutto, ma vale la pena. In realtà l’ho capito.
Sergio. Mmh. Interessante.
Max. Bel gioco, leggero e potrei proporlo ai miei amici.

CONCLUSIONE


Bali si rivela un ottimo gioco a base di carte, che riesce, sulla struttura di regole abbastanza facili da spiegare, a costruire un meccanismo che richiede una certa applicazione per eccellere. Interattivo (indiretto) grazie alle logiche di maggioranza di fine partita e della attribuzione dei bonus in corso di gioco, gira sufficientemente bene in qualsiasi numero di giocatori (anche se in 3-4 ovviamente si creano pure piccole alleanze temporanee).
Nel complesso la riedizione di Rapa Nui attrae giustamente e può risultare gradito sia come gioco da serata (magari per più di una partita) che come filler (una volta limati i tempi di gioco grazie a qualche partita extra). Potete provare il gameplay, se volete, anche su Yucata.de (qui il link).


Si ringrazia l’editore per la copia di review inviata.
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