White Winston
Siete amanti dei party game?
Io no. Io odio i party game.
Quel senso di spensieratezza, misto alla quasi totale assenza della componente competitiva, filtrato attraverso la presenza massiccia della fortuna, il tutto pensato solo e soltanto per strappare un sorriso. Avete presente quando “si gioca per giocare”, dove non conta chi vince ma solo il divertimento, dove arrivare ultimo genera quasi un senso di ilare orgoglio, dove le proprie capacità mentali vengono puntualmente stuprate dalla fortuna o, peggio, neanche prese in considerazione, in balìa totale del caotico sopravanzare degli eventi? Ecco, io odio questo genere di esperienze.
Una volta ricordo che mi prestai a Lucca alla prova di un gioco del genere (allora era ancora un prototipo), alla presenza dell’autore. Dopo 10 minuti, per effetto delle “meccaniche” del gioco, mi ritrovai cieco, muto e sordo, a dover far finta di poter fare ancora qualcosa al tavolo. E la gente rideva, mentre le mie chance di vittoria, ovviamente, si riducevano allo zero assoluto. Tutti entusiasti del gioco, tutti felici e contenti di quei 15 minuti di esperienza ludica divertente e irriverente. Tutti tranne me.
“Complimenti. Bel gioco di merda.”
…avrei voluto dire all’autore. Ma la mia componente educata prevalse e non andai oltre un laconico silenzio.
Io odio i party game.

HALLERTAU
È un gioco euro competitivo di Uwe Rosenberg (Agricola, Caverna, Le Havre, Una Festa per Odino e… tanti altri!), per 1-4 giocatori, durata 50-140 minuti, edito nel 2020 da Lookout Games e localizzato nel 2021 da Asmodee.
1850, regione Hallertau in Baviera, gli albori del territorio che sarebbe diventato il maggior produttore di luppolo del mondo. Impersonerete il capo di un piccolo villaggio, con lo scopo di accrescerne il prestigio economico, coltivando prodotti della terra e allevando pecore per produrre lana, latte e carne.
Detto così sembra il solito gioco di Rosenberg… ma ovviamente la differenza la fa il gameplay, a base di piazzamento lavoratori (come vedremo molto diverso dal solito), risoluzione di contratti e gestione risorse.
Alcuni mesi fa un lettore mi chiese di scrivere un articolo su questo gioco e io gli promisi di metterlo in ponte. Poi, purtroppo, alcune copie review (che l’unico trattamento di favore che hanno è di passare avanti alle altre scatole in scaletta) arrivate nello stesso periodo lo hanno fatto scalare… probabilmente a questo punto lo avrà già comprato, o magari lo avrà già tolto dalla wishlist; ma visto che sono un ragazzo di parola, ecco a voi la mia recensione di Hallertau!

GRAFICA E MATERIALI
Se sul piano del gameplay. anche un autore come Rosenberg può sbagliare qualche colpo; su quello della grafica e dei materiali è praticamente impossibile.
La grafica porta la firma (anche) di Klemens Franz e, dite quello che vi pare, ma per me rappresenta sempre una garanzia. Atmosfera bucolica, colori tenui e armoniosi e simbologia chiara e diretta. Semplicemente perfetto.
Sui materiali, ci troviamo di fronte al classico scatolone-cornucopia da 2,6 kg, pieno di carte (ben 330!), tessere, plance, token e risorse sagomate in legno. Per gli amanti di quest’ultime, sappiate che questa volta ne avrete addirittura 10 (più i lavoratori cubetti)! Direi anche in questo caso, siamo di fronte ad un prodotto in pieno stile Rosenberg, in linea con le aspettative ormai automatiche, quando si apre la scatola del suo ultimo cinghiale di stagione.

REGOLAMENTO
Anche stavolta corre in mio soccorso un articolo del blog, scritto da Bernapapà, dove sono già state elencate a grandi linee le regole del gioco.
Io mi limiterò soltanto a dirvi che siamo in presenza dell’ennesimo piazzamento lavoratori, dove le azioni diventano più costose via via che vengono occupate (1-2-3 lavoratori). Il resto del gameplay è affidato al ruolo delle carte-obiettivi (tante, tantissime!), con i classici bonus immediati – permanenti – di fine partita, e al meccanismo di crescita del vostro villaggio, che rappresenta forse il cuore del gioco.
Per quanto riguarda il solitario, è un classico Rosenberg, dove si gioca contro sé stessi, cercando di migliorare il proprio punteggio, con piccoli accorgimenti per simulare la presenza di giocatori al tavolo (senza automi però).

IMPRESSIONI
Se da un lato approcciarsi a un gioco dello zio Uwe può talvolta far pensare che stiamo per assaggiare nuovamente la stessa zuppa, condita con lavoratori, verdure di stagione e carne d’allevamento, dall’altro ha il vantaggio di essere un autore che appartiene ormai a quella zona di confort, fatta per l’appunto di lavoratori, verdure di stagione e carne d’allevamento. Praticamente il proverbio fatto gioco “niente nuove, buone nuove”.
Quando mi sono approcciato ad Hallertau non avevo quindi grandi pretese e al contempo sapevo cosa mi sarei trovato tra le mani. Risultato? In perfetta linea con le aspettative!
Parlando di meccaniche, non c’è niente che faccia gridare al miracolo, nonostante tutto funzioni molto bene. Il piazzamento lavoratori è poco più che quello classico; la gestione dei campi, che producono meno via via che vengono sfruttati e si “ricaricano” se lasciati incolti, è invece molto carina come scelta, oltre che ambientata. Ma il vero cuore del gioco risiede sostanzialmente in due aspetti: la crescita (molto astratta) del villaggio e le carte.

Per quanto riguarda la crescita del villaggio, troviamo un meccanismo molto rigoroso, talmente tanto da risultare matematico, che impone (per chi ambisce a punteggi alti) una pianificazione minuziosa delle mosse, per far fronte alla sempre crescente necessità di risorse, meglio se varie. In pratica, sto parlando del principale motore di punti del gioco, che richiede un dispendio di risorse per essere alimentato, crescenti in numero via via che il gioco avanza, con l’unica possibilità di sconto data dal pagamento con più tipologie di risorse (invece che una sola). Questo aspetto espone forse il flusso a un po’ di paralisi d’analisi perché il “buon giocatore” dovrà ogni volta far bene i propri conti (e con 10 tipologie di risorse non è affatto semplice!) per non trovarsi con la coperta corta.
L’altro aspetto importante sono le carte, vera croce e delizia di questo gioco. Ne avrete ben 330, tutte diverse, in grado di garantire una variabilità infinita, anche grazie al fatto che sono raggruppate in mazzetti tematici in grado di offrire ad ogni partita un flavour leggermente diverso. Si utilizzano principalmente come contratti da risolvere, con varie tipologie di bonus (quelle classiche), in grado di alimentare il proprio motore di gioco e/o accrescere punti a fine partita. L’aspetto più controverso sta forse nella pesca delle stesse che, come accadeva in La Festa per Odino, è totalmente random e vi può mettere in mano la carta perfetta o quella inutile, con la stessa probabilità. A onor del vero se ne pescano tante (più che in Odino), quindi ne vedrete passare un po’ di tutti i tipi… è anche vero però che il gioco dipende tantissimo dalle carte, e rappresentano un punto imprescindibile.

IL SOLITARIO
Il solitario di Hallertau è un Rosenberg in pieno stile: niente automa, solo sfida contro sé stessi a realizzare un punteggio più alto possibile. Se inizialmente ero affascinato dagli automi, devo dire che col tempo ho rivalutato tanto queste modalità “strettamente solitarie”, che portano davvero all’ottimizzazione assoluta e indipendente, senza downtime. Oltretutto la natura matematica di Hallertau funziona molto bene con tale modalità perché vi mette in condizione di pensare e pianificare a dovere. Direi quindi, completamente promosso!

CONCLUSIONI
Hallertau è un gioco complesso ma non troppo, a base di ingredienti ormai classici e “Rosenberghiani” e due anime in contrapposizione netta tra loro: il sistema di punteggio matematico vs la casualità data dalla pesca delle carte.
Stranamente, questo strano connubio funziona piuttosto bene… restituendo un’esperienza sufficientemente complessa, tattica, appagante e movimentata. Allo stesso tempo però, si devono apprezzare entrambi questi aspetti, per non rimanere bruciati dall’eccessiva schematicità del sistema di avanzamento del villaggio, o delusi dalla presenza del fattore fortuna nella pesca delle carte.
Il solitario, seppur privo di automa come il resto della ludografia dell’autore, funziona davvero alla grande e potrebbe essere forse la miglior modalità del gioco.
Il titolo non rimarrà nella storia come uno dei migliori Rosenberg in assoluto, ma certamente si colloca in una fascia media/medio-alta, che non lascerà insoddisfatti i fan dell’autore.
Vedremo prima o poi lo zio Uwe cimentarsi con un cinghiale diverso dal solito, e magari anche ambientato in un universo atipico? Forse no, chi lo sa. Nel frattempo però continuiamo a goderci gli ani-vege-meeple, le atmosfere bucoliche di Klemens Franz e il piazzamento lavoratori, vera grande garanzia del gioco da tavolo moderno.
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