Coinvolgo nella chiacchierata un vero appassionato del Subbuteo, Paolo (Ostescuro), ovvero uno di quelli che non hanno mai smesso di sognare ed hanno sempre coltivato questa passione, perseverando anche negli anni del declino.
Premessa d’obbligo: di natura rifuggo da chi si picca di essere esperto, ma apprezzo invece chi si ritiene un “semplice appassionato”. E, quindi, per il Subbuteo, tale mi ritengo. A 45 anni, quanti ne ho oggi, la più grande soddisfazione è vedere che un gioco con cui trascorrevo ore e ore della mia gioventù, oggi è ancora lì, bello, appassionante, intrigante come una volta. Lo puoi tirar giù dalla soffitta e il fascino non gli manca. Se invece il Subbuteo non lo hai mai avuto o, sbadatamente, il tuo originale è andato perso negli anni, con un po’ di pazienza hai tutte le occasioni per riassaporare la gioia di avere tra le mani un “mito” degli infanti nati tra il 1960 e la fine degli anni ’70.
Grazie a Internet, le aste on-line, ma anche i mercatini dell’antiquariato, qualche volta gli annunci sui quotidiani locali, alcuni negozi vintage specializzati nelle grandi città italiane (Milano per esempio) e i raduni (ce ne sono tantissimi in tutta Italia quasi ogni week-end, basta cercarli sul Web) si può trovare di tutto: squadre, campi, accessori. Tra le occasioni, ovviamente, occhio a qualche “fregatura”, sempre è dietro l’angolo tra prezzi fuori mercato e materiale taroccato.
Qual è il fascino del Subbuteo? Semplice, è l’unico gioco con cui puoi passare del tempo (se non sei “professionista” anche 2 ore quando ti diverti a simulare una partita a tempi reali), essere esausto (perché alla fine si corre davvero intorno al tavolo), vivere emozioni che ti estraniano dal tuo naturale contesto e finire con nessuno che vince. Certo, il bello di un pareggio: magari uno zero a zero, come un 4 a 4. Il bello del Subbuteo è anche questo: il non dover vincere per forza.
Ok, riaccendo per un attimo la macchina dei ricordi e propongo solo qualche flash del mio (in senso assoluto irrilevante) passato da subbuteista. Ricordo di aver ricevuto in regalo da piccolo un paio di imitazioni del gioco, una con un panno di plasticona della quale non ricordo il nome ed una addirittura con miniature piatte in plastica (della atlantic, mi pare di ricordare si chiamasse giocagoal) per cui rimasi a lungo lontano dal ‘vero’ gioco del calcio in miniatura: i primi scontri con gli amici che lo possedevano furono così delle cose a livello di un Brasile – Tonga, ma a quel tempo il perdere stimolava ancora a migliorare (oggi siamo un pò tutti ‘selettivi’, ossia ci indirizziamo subito verso cosa viene meglio). Complice un oratorio parrocchiale ecco il tempo delle partite quotidiane, con un campo incollato ad un grosso tabellone di compensato e posto su due cavalletti di legno (il massimo!) e con tutti con il proprio quadernetto per annotare i risultati ed i marcatori di ogni partita.
Raggiunsi, lo riconosco, un livello appena dignitoso in senso assoluto, prima che il gruppetto si sciogliesse gradualmente e con esso anche la pratica del gioco. In quel tempo avevo però avuto modo di sperimentare prima le partite ‘statiche’, ovvero quelle nelle quali si muoveva sempre e solo chi aveva la palla e poi quelle ‘dinamiche’, con il gioco difensivo: i virtuosi poi si esibivano in continui giochi di dito, con veri e propri dribbling con i quali, colpendo delicatamente il lato della miniatura e sfruttandone la base non piatta, riuscivano a farla passare letteralmente da ogni parte .. Che ricordi! .. vabbè, passo la parola a … per i suoi di ricordi e, soprattutto, per qualche prima nozione legata al vero gioco ‘organizzato’, perchè in quel tempo si era sviluppata anche una versione ‘agonistica’ del gioco, con campionati nazionali e mondiali. Qui mi fermo e ti passo la parola!
Il Subbuteo a casa mia arriva come regalo della vicina di casa perché il figlio, divenuto grande, “con quella scatola” (me le ricordo ancora quelle parole) non ci giocava più. Per una famiglia di quattro persone, monoreddito (categoria operaio), il Subbuteo negli anni ’70 era un gioco “lussuoso”. Fino ad allora io e il mio fratellino ci eravamo accontentati di simulare il Subbuteo con 23 tappi a corona di bevande (11 della stessa marca contro 11 di un’altra marca più pallone di un’altra marca ancora) delimitando campo e porte sulle piastrelle del pavimento. O con il succedaneo GiocaGol-Atlantic: il Subbuteo dei poveri (senza offesa per nessuno). Costo 1000 lire per mezzo campo (cartonato) e una squadra fatta di omini (in posa secondo il ruolo) con basi piattone e palloncino a mezzaluna: scivolava, ma zero effetto realtà.
Col Subbuteo, invece… Tutto un altro pianeta. La realtà fatta a gioco. Sul panno verde chi è bravo è bravo e chi è schiappa resta tale. Tra gli amici? Il “perfettino” che lucidava le basi prima della partita. Chi teneva l’unghia lunga dell’indice perché diceva che aveva più sensibilità (bah…). Gli esperti del “girello” (io tra questi) che grazie alle basi arrotondate dei giocatori beccavano il pallone anche quando era perfettamente nascosto dal difensore girandogli intorno. Il mago dello “scavetto”: quello che beccava il pallone nascosto dal difensore facendo saltare il proprio giocatore sopra quello dell’avversario. E l’abominevole uomo: quello che “stincava” (dalle mie parti si diceva così per chi tirava caricando l’indice col pollice), tiro assolutamente vietato dalle regole, ma supportato con mal-di-pancia per non perdere un amico…
Dopo la cerchia degli amici, per chi voleva “di più” (ma è così anche adesso) c’era il salto tra i grandi: affacciandosi a (o costituendo) un club che doveva essere riconosciuto dalla FICMS Federazione Italiana Calcio Miniatura Subbuteo. Tornei, campionati territoriali fino al nazionale: poi le selezioni per la “nazionale” per rappresentare l’Italia ai campionati del Mondo. Il primo, va ricordato, organizzato a Londra nell’agosto del 1970. Noi, per esempio, siamo venuti su con il mito di Andrea Piccaluga (classe 1964 genovese ma cresciuto a Pisa) che nel 1978 divenne Campione Mondiale nel corso del 3° campionato assoluto svoltosi a Londra. E che invidia-ammirazione per la sua bravura ogni volta che si vedevano le sue foto sui cataloghi delle squadre di Subbuteo dell’epoca.
Nel Subbuteo, diciamo così, ogni epoca ha… la sua targa. Agli albori del gioco ideato da sir Peter Adolph, 1947, c’erano i “flat”: figurini di cartone laccato (quindi in 2D) sempre inseriti su basi tonde e fondo piatto, simili a quelle che conoscono tutti. Con l’arrivo della plastica negli anni ‘60 gli “omini” del Subbuteo diventano in 3D.
I più antichi e i più belli (ovviamente per me) sono gli Heavyweight (HW): sono infilati nella base bicolore (un colore per guscio e uno per dischetto) attraverso la “barretta” che unisce i piedi. Omini colorati a mano. Nel frattempo, per le scatole complete del gioco, la più classica è la Club Edition (comprendente campo in cotone, due porte a pali quadri e reti marroni, due palloni color cuoio, 6 bandierine per corner e centrocampo, due squadre – solitamente color rosso e blu – e due portieri con asticella in ferro) c’era la versione “Moulded”, stampato direttamente sul dischetto della base. Il più avvincente, in questa categoria è lo “Walker”: una posa “dinamica” con il giocatore che sembra camminare.
Nella seconda metà degli anni ’70 arrivarono gli “Zombie”: il Subbuteo divampava, la produzione diviene industriale come industriale è la colorazione dei giocatori. Tempi e modi di lavoro cambiano e cambiano gli omini che appaiono come figure rigide e senza “pieghe” (né per braccia né per gambe): inanimate. Come gli zombie del famigerato video Thriller di Michael Jackson. Questione di gusti: per me orribili. Ma per qualche giocatore ancora oggi ottimi “scivolatori” sul campo perché – dicono – iperbilanciati nel centro della base.
Siccome giocare va bene ma anche l’occhio vuole la sua parte, con l’arrivo degli anni ‘80 si ritorna al passato: gli “omini” tornano umani. Sono però applicati alla base non più con barretta, ma con bottoncino: nascono i cosiddetti Lightweight (LW). Poi gli anni ‘90… Ecco…, per me la storia del Subbuteo purtroppo finisce qui.
Gli anni ’90 vedono arrivare gli americani della Hasbro che rilevano la società: il numero di squadre diminuisce sotto la cinquantina (l’apice è intorno al 1980 con quasi 350 colorazioni disponibili), gli “omini” diventano sempre più perfetti (con loghi di sponsor sulle maglie) e basi monoblocco e monocolore. Farò storcere il naso a molti, ma per me, dopo i LW, come canta Califano, “tutto il resto è noia”.
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| Zeugo (TM) |
Nel medio evo del Subbuteo, ossia nel periodo successivo alla cessazione della sua produzione ufficiale, sono comparse sul mercato, a dimostrazione del fatto che il prodotto in sè una potenzialità la aveva ancora, eccome, varie nuove versioni del calcio da tavolo, ispirate al precursore oramai (momentaneamente) estinto. Tra di essi un paio si sono distinti, ossia il Zeugo (R), prodotto dalla Edilio Parodi di Genova, il quale mi riferiscono aver proposto al pubblico, di fatto, una versione speciale delle miniature, con uno standard qualitativo addirittura superiore a quello del gioco base (per ‘chi ne capisce’, naturalmente, ossia che puà beneficiare delle differenze ed apprezzarle), ispirato proprio ad una versione custom delle squadre ed il più recente Total Soccer della Giochi Preziosi, con miniature a basi leggermente più piatte. Che mi puoi dire di questi prodotti?
Alla famiglia Parodi, scusate, bisogna fare un monumento. Grazie a loro gli italiani hanno conosciuto il Subbuteo -quando producevano su licenza diretta- e grazie a loro il Subbuteo ha conquistato l’Italia. Non dimentichiamoci che si narra che proprio ai Parodi va il merito di aver “impiccato” gli zombie: bocciarono quella scelta e proposero la versione LW approvata seduta stante dagli inglesi.
Fatta questa precisazione, da appassionato old-subbuteista, mi fa molto piacere quando negli scaffali dei negozi di giocattoli vedo squadre, campi e accessori da Zeugo a Total Soccer. Buonissimi giochi, buonissime basi di partenza soprattutto per i giovanissimi che non vogliono sprecare il loro tempo solo con console e videogame. Con il mio campo Subbuteo (magari anche col fascino di uno stadio in legno fatto a mano e che sto finendo di costruire) e le mie squadre ho avvicinato il figlio di mia cugina al calcio da tavolo e il Natale scorso lui s’è comprato uno dei kit precedenti. Ed è bello giocarci insieme. Ma per me hanno un altro “profumo”. Così come (sarò un purista sfacciato) mi affascina, ma poi mi fermo lì, il materiale più professionale come gli omini Santiago, TopSpin e Replay: repliche splendide per chi è capace di colorare e personalizzare le squadre (in giro ci sono veri artisti)… ma pur sempre repliche.
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