[Punti di Vista] Il tramonto dei cinghiali?

scritto da Fabio (Pinco11)


E’ da un bel periodo che, preso dalla voglia di ‘finire’ al più presto le scorte di roba (leggi ‘frutti della sindrome da acquisto compulsivo‘) accumulate tra Lucca ed Essen, passo le varie serate con gli amici scoprendo ogni volta da due a quattro nuovi titoli o giù di lì.
Mi sono fermato un attimo a riflettere ed ho realizzato che l’ultimo titolo definibile come cinghiale l’ho giocato oltre due mesi fa.
[… la telecamera fa uno zoom sulla faccia attonita dello scrittore e lo inquadra, silente ed attonito, per un minuto ..].
In effetti facendo qualche passo indietro nel log dei giochi messi sul tavolo scopro che la stragrande maggioranza dei titoli di questa stagione sono inseribili agevolmente nella categoria dei pesi medi e non hanno assolutamente le caratteristiche per rientrare, se non proprio ai limiti della classe, nel gruppo dei titoloni pesi, complessi e profondi ai quali qui da noi attacchiamo normalmente l’etichetta di cinghiali (condividendo con gli ungulati amici diverse caratteristiche, tra le quali la non immediata digeribilità, un peso sostanzioso ed il fatto di non piacere necessariamente a tutti, ma di essere cibo prediletto degli intenditori …).
Ho però la sensazione che non sia solo colpa mia, ma che sia proprio il mercato a proporre meno titoli di questa categoria …

UN MITO CHE LENTAMENTE SCOMPARE?


Lo avevo accennato già in qualche articolo di quelli nei quali, periodicamente, faccio un pochetto con i lettori un punto dello stato del mercato, ma vedo che con il passare del tempo la situazione non cambia di molto, anzi questo trend che vede una evoluzione dei giochi da tavolo verso la semplificazione sta continuando.
Le ragioni sono semplici, ovvero legate in buona parte al fatto di essere in periodo di crisi, per cui si cerca di proporre sul mercato prodotti più adatti ad un pubblico più ampio e possibilmente anche dai materiali leggermente più contenuti.
Parlandone con l’amico Zizzi mi confermava che a Norimberga tra gli editori tedeschi c’era una vera e propria ‘parola d’ordine’ per la scelta sui titoli futuri, ovvero la ricerca di qualcosa di più ‘semplice’ e dai componenti meno lussureggianti possibile, per cui ho trovato nelle sue parole conferma di quella che sino ad allora era per me una sensazione personale.

Se vado indietro al passato quello che ricordo come comun denominatore di vari gruppi di amici dediti al baordgaming era proprio la passione per le lunghe serate (che poi gli anni sulle spalle inducono ad accorciare) da dedicare ai titoloni duri e puri, quelli che richiedevano un paio d’ore solo per capirci qualcosa e poi avanti per la notte a rollare dadi o costruire lunghe filiere produttive.

Erano per me i tempi delle campagne a Descent (2008, Road to Legend) o dei partitoni a World of Warcraft (2005), ma anche solo cinque anni fa usciva ancora un Civilization della FFG, che recava a sua volta sulla scatola un indicativo 180 minuti come durata.
Più o meno in quel periodo (2006) i fan di Through the Ages non si spaventavano per i 240 minuti di cui alla scatola del gioco in Italia mai tradotto e che occupa tuttora la quarta posizione nella classifica all time di BGG, così come quelli fulminati sulla via della campagna da Agricola (2007) passavano seratone in complesse e lunghe sfide multigiocatore con pacchi di carte addizionali.
Nel contempo in vetta a BGG c’è Twilight Struggle che vanta 180 minuti a partita di durata prevista e nello stesso anno della sua uscita (2005) arrivava anche Twilight Imperium (tutt’altro tema), il quale parlava di 180-240 minuti a botta. L’anno dopo arrivava Shogun con i suoi 150 minuti.

Da allora, a ben vedere, è stato però intrapreso un cammino di selezione naturale per i titoli di ‘peso’, quasi che si fosse sul viale del tramonto di un’era, alla stregua della scomparsa dei dinosauri.

Escono ancora, badate bene, diversi titoli che possono entrare nella categoria dei nostri cinghiali, però, se mi metto anche solo a scorrere la nostra selezione dei top 50 dei titoli del 2014 (che è poi diventata più una top 75, a forza di aggiungere …: l’articolo lo trovate qui), accanto a pochi sicuri esponenti duri e puri della categoria, come Arkwright, con i suoi 240 minuti di durata indicativi, trovo una serie di titoli che oggi come oggi inserisco senza problemi nel gruppo dei ‘complessi’, ma che un ieri avrei considerato come dei ‘pesi medi’, come Orleans, Historia, Alchemist o Aquasphere.

Tutti questi titoli sicuramente sono impegnativi, hanno regolamenti o tematiche complessi e sono indirizzati ad un pubblico, principalmente, di gamers, però con fatica li posso davvero considerare dei veri cinghiali di una volta, di quelli che fai fatica a giocare solo loro per una serata.
E’ proprio l’asticella della difficoltà che sembra essersi leggermente abbassata, cosicchè sono diventati cinghiali anche titoli che una volta avremmo definito come sicuramente complessi, ma non certo sufficientemente da rientrare nel novero degli ‘ultraimpegnativi’.
A livello di mercato questo trend è chiaro e prendo ad esempio Descent. Il titolo originario, poi espanso grazie a millemila aggiunte, nel 2005 ci preannunciava almeno quattro ore seduti al tavolo, proponendo sempre scenari di una certa complessità (poi, è chiaro, giocandoci potevate anche chiudere più rapidamente, ma il principio era quello di mettersi lì la prima volta senza avere nessuna certezza di cavarci le gambe già la prima sera).
Ancora più impegnativo era lo scenario di Road to Legend, ovvero la sua espansione ‘campagna’, in quanto essa proponeva, è vero, scenari semplificati, ma l’idea era quella di poterli e doverli giocare in catena tra loro, cosicchè una campagna doveva durare parecchie serate.
Nel 2012 esce la seconda edizione ed il tempo medio scende a 120 minuti, anche grazie ad idonee modifiche del regolamento. Nel 2015 invece ecco che arriva Imperial Assault, che altro non è se non la versione Star Wars (modificata e corretta, ancora) di Descent, ed il tempo medio scende ora ad un’oretta e mezzo.

SEMPLIFICAZIONE

Il processo in corso, a livello più ampio, è quello della ottimizzazione dei materiali e delle meccaniche, per cui si investe ancora sulla qualità del prodotto, ma l’attenzione è spostata sulla qualità dei singoli componenti, ovvero cartoncini spessi o pezzi in legno sagomato, e sulla grafica (che cresce progressivamente, tanto che titoli di pochi anni fa sembrano oggi dei prototipi), mentre a livello quantitativo calano le scatole stracolme di roba (al limite abbiamo al loro posto un certo numero di miniature, ma qui il discorso è diverso).

A livello assoluto se la logica è quella di rendere i giochi più eleganti, ovvero lavorare sulle regole per eliminare inutili ridondanze e regolette ingarbugliate ed attorcigliate, sono d’accordo, però mi resta un attimo di nostalgia per le seratone monotitolo di una volta.
Adesso come adesso, sarà il passare del tempo, non manca sera nella quale ci sia spazio per almeno due titoli (spesso nuovi, da spiegare) e magari ci scappano anche dei fillerini e questo è un segno del fatto che i giochi di oggi sono spesso frutto di una evoluzione, nel senso di una compressione delle meccaniche e regole, divenute più lineari.

CONCLUSIONE: I CINGHIALI DI OGGI SONO PIU’ MAGRI?

Beh, devo forse superare la nostalgia, perché alla fine, in bene o in male, il sapore che mi restituiscono anche i cinghiali di oggi è saporito lo stesso e non manca il livello di sfida che anche un gioco che sta in due orette ti può dare.
Penso, tra i recenti, a titoli come Russian Railroad, Nations, Patchistory (forse uno dei più lunghi), Aquasphere, Hyperborea, Orleans, Zhanguo e comprendo che ai nostri oggi, di giocatori del 2014-2015, essi hanno, chi più, chi meno, i requisiti per rientrare nella classe regina per i gamers, che è quella, appunto, dei cinghiali.

E’ probabilmente una constatazione quella che mi porta a dirlo, perché questi titoli sono accomunati dal 1) proporre un livello di sfida sicuramente tale da non poter essere proposti a dei neofiti (e qui una forma di barriera c’è), 2) dal fatto di presupporre, per il successo, l’elaborazione di strategie complesse e/o variabili 3) dal fatto di richiedere ai presenti una costante applicazione mentale per 4) un tempo che in genere a fatica sta sotto le due orette.
Fermo restando che ogni tanto qualche ungulato di grande stazza emerge dal mucchio, credo che ora come ora la nostra etichetta di cinghiale possa applicarsi a chi risponda ai requisiti ora elencati.
Non so se ho abbassato l’asticella o se ho solo preso atto del fatto che da tempo era calata da sola … 😉

Voi, o miei esperti amici. che ne pensate, siete d’accordo sui requisiti?
Nostalgici di un passato fatto di regolamenti da interpretare tra mille FAQ e di serate infinite?
Più felici di un presente più agile e forse fatto di cinghiali più agili e scattanti?
I titoli che ho indicato come esempio alla fine li considerate dei cinghiali o magari sono hanno solo il retrogusto del selvatico?

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