Sssssscritto in maniera ssssssoddissssfacente da
Battlemad
L’astuzia è la virtù di Akofi.
Il sotterfugio è da preferire allo scontro aperto, il sussurro alla forza bruta.
Chi segue la via sopravvive, e può continuare a cacciare, come fa il serpente.
Il nemico va sorpreso, egli è solo una preda.
Chi segue la via si prepara in anticipo e pianifica l’attacco.
Sempre meglio scivolare via che morire invano.
Questo è il dogma del Dio Serpente, grazie a queste parole sei sopravvissuta fino a oggi. Sei partita come una semplice sicaria bipede, fino ad evolverti nella Serpe Benedetta, un ibrido donna-serpente dal sacro nome di Velenosa.
Nessuno meglio di te è in grado di seguire il dogma: la tua pelle è ricoperta di scaglie, e ti muovi silenziosa strisciando con la tua lunga coda: non usi la forza del braccio o l’affilatezza della lama: la tua arma è il veleno. Il solo contatto può intossicare il nemico, con il soffio puoi ustionarlo, ed hai molto modi per confonderlo e infine stritolarlo tra le tue strette spire.
Un giorno la Sacerdotessa di Akofi, colei che ti ha consacrata come Benedetta, ti appare in sogno: è in punto di morte e invoca il tuo aiuto. Spinta dalla fede, dovrai abbandonare la tana nel deserto, per tornare dopo tanti anni ad affrontare le Lande Selvagge.

Con La Danza delle Spire Emanuele Zammarchi conclude la trilogia di Sangue Ossa e, a mio avviso, riesce a chiudere splendidamente il percorso dei personaggi e la nostra conoscenza con questo mondo. Giusto chiarirlo fin da subito, in ogni volume il protagonista cambia: nel primo eravamo un Eotinn, nel secondo un’Ombra, in quest’ultimo un agente del Dio Serpente.
Ed è questo terzo capitolo il migliore, almeno per il sottoscritto, della trilogia: più ampio, con scelte che portano a diramazioni con sfumature distinte, in qualche modo più maturo.

Ambientazione
Il mondo di Sangue Ossa conserva tutto il fascino che avevamo già conosciuto in Osgroth e Osgroz e in Oltre la Morte. Restano il sangue, la superstizione, la violenza. Resta soprattutto la sensazione di muoversi in un universo che non concede nulla: anche qui si sopravvive con fatica, si sceglie spesso il male minore, si osservano uomini e mostri confondersi con naturalezza. Il tono della saga è rimasto riconoscibile, pur migliorando
Velenosa, da questo punto di vista, è una protagonista molto interessante: il suo stile di combattimento si fonda sull’astuzia e sull’uso dei suoi veleni, e questo basta da solo a distinguerla nettamente dall’Eotinn del primo capitolo. Molto interessante è anche il suo carattere: non è definito come quello dell’Eotinn, ma è più un qualcosa in via di sviluppo. Nel corso del libro, infatti, dovremo fare i conti sia con la nostra natura umana, sia con quella serpentina.
Molto bello, inoltre, il modo in cui La Danza delle Spire si intreccia ai volumi precedenti. L’Eotinn viene incontrato personalmente e lo Spirito Inquieto riaffiora almeno in forma di richiamo. È una scelta che arricchisce il libro e lo rende particolarmente gratificante per chi ha già letto i capitoli precedenti, perché restituisce il senso di un mondo narrativo coerente, dove le vicende lasciano tracce e i protagonisti continuano a esistere anche oltre la conclusione del proprio libro. Allo stesso tempo, questo legame non pesa mai come un fardello: è una piccola ricompensa per i lettori della trilogia, ma chiunque può affrontare i tre volumi in ordine sparso!
Certo è che chi ha letto i due libri precedenti già conosce il modo in cui la sacerdotessa di Akofi è morta…

Meccaniche
Se il primo capitolo giocava moltissimo sull’alternanza tra le due teste dell’Eotinn e il secondo sceglieva una via più raccolta, più narrativa, più legata alla scoperta di sé, qui la componente interattiva mi sembra ulteriormente migliorata. Le scelte sono più numerose, le diramazioni si fanno percepire con maggiore chiarezza e, soprattutto, si avverte più spesso la sensazione che una decisione possa spostare davvero il tono e il percorso della lettura. È un aspetto importante, perché nei librogame il piacere del bivio nasce proprio da qui: dalla percezione concreta che la strada intrapresa sia nostra e che le alternative rimaste sullo sfondo meritino una seconda esplorazione.
In questo quadro si inserisce molto bene anche la scelta dei gregari. Gli alleati che ci accompagnano durante il viaggio sono una delle idee che apprezzo sempre, perché aggiungono spessore tanto al lato ludico quanto a quello narrativo. Possono essere d’aiuto in combattimento, possono incidere su certe diramazioni, possono orientare il modo in cui affrontiamo un ostacolo e così facendo trasformano il viaggio in qualcosa di meno solitario e più sfaccettato.
Centrale sarà anche la scelta del veleno in nostro possesso: influenzerà inevitabilmente il nostro stile di gioco e le interazioni coi vari personaggi. A nostra disposizione abbiamo tre tipi di veleno: tossico, urticante e stordente. Il primo è il tipico veleno delle vipere: entra in circolo rapidamente e colpisce i muscoli portando a paralisi e necrosi. Il secondo è un grumo di veleno che viene sputato: irrita la pelle dei nemici, li ustiona e in certi casi corrode. Il terzo è una nube di veleno che stordisce la vittima, permettendoti poi di finirla stritolandola con la coda.

Rigiocabilità
Mi piace molto anche il fatto che questa maggiore ampiezza interattiva non sembri andare a scapito della personalità del volume. Zammarchi, nei primi due libri, aveva già mostrato di saper costruire protagonisti forti e immediatamente riconoscibili: il gigante a due teste del primo capitolo e lo Spirito Inquieto del secondo bastavano da soli a dare una direzione precisa all’esperienza. Qui il lavoro continua con la stessa convinzione, ma viene sostenuto da una struttura che sembra più generosa nel lasciare spazio alle deviazioni, agli esiti differenti, alle conseguenze meno lineari. È una crescita importante, perché rende La Danza delle Spire forse il capitolo più “librogame” della trilogia nel senso più pieno del termine.
Proprio per questo, la rigiocabilità mi è sembrata più elevata rispetto ai primi due volumi. Osgroth e Osgroz aveva una trovata centrale fortissima e divertentissima, quella delle due teste, che invitava naturalmente a rileggere varie situazioni da un’altra prospettiva. Oltre la Morte, invece, puntava con più decisione sulla densità narrativa e sulla scoperta progressiva del protagonista, offrendo un’esperienza molto intensa, ma anche più guidata nel suo sviluppo. La Danza delle Spire sembra riuscire a tenere insieme entrambe le spinte: ha un personaggio molto definito, con un proprio stile e una propria voce, e insieme offre un numero maggiore di biforcazioni, possibilità e percorsi alternativi.
La cosa più riuscita, da questo punto di vista, è che la voglia di rigiocarlo nasce sia dal desiderio di scoperta dei paragrafi non incontrati, sia dal piacere di tornare a vivere quel mondo con un approccio diverso. Cambiare gregari, affrontare diversamente certi passaggi, scegliere altre strade: le possibilità sono veramente numerose!

Considerazioni finali
La Danza delle Spire mi è sembrato un ottimo modo per chiudere la trilogia di Sangue Ossa. Recupera la forza dell’ambientazione, conserva la capacità di Zammarchi di costruire protagonisti memorabili e, in più, dà l’impressione di compiere un passo avanti molto netto sul piano della scrittura interattiva. Le diramazioni sono più numerose, le scelte hanno più respiro, la rigiocabilità cresce sensibilmente e l’intera avventura risulta più ricca proprio perché lascia spazio a un ventaglio più ampio di possibilità.
Velenosa funziona molto bene, sia per carattere sia per impostazione del combattimento, e porta nella trilogia una presenza diversa da quelle precedenti: più sinuosa, più… velenosa! Intorno a lei, i richiami agli altri protagonisti contribuiscono a dare unità all’universo di Sangue Ossa e la presenza dei gregari aggiunge varietà e diversità al viaggio.
E poi ci sono le illustrazioni di Cristina Calvagno, che continuano a essere spettacolari. Nei primi due volumi avevano già contribuito in modo decisivo a definire il volto della saga, e anche qui svolgono lo stesso compito: dare corpo alla brutalità del mondo, alla fisicità dei personaggi, alla bellezza inquieta di questo mondo fantastico. Le sue tavole restano uno dei grandi punti di forza dell’intera trilogia, e impreziosiscono il volume con una personalità visiva che si riconosce immediatamente.
Si ringrazia l’editore per la copia review
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