Quanto alle regole esse sono presto dette (come al solito anche per il Monopoly mi limito a pochi cenni), visto che il gioco si svolge alternandosi i giocatori nello svolgere il proprio turno, che consiste nel tirare i due dadi e muoversi di un numero di caselle pari alla somma dei numeri usciti: se la casella di arrivo corrisponde ad un contratto che ancora non è di proprietà di nessuno il giocatore potrà comprarlo dalla banca al prezzo indicato su di esso (o, se rinuncia, sarà venduto all’asta tra i giocatori), altrimenti, se già è di qualcuno, dovrà pagare al titolare la rendita indicata sul contratto (ci sono poi alcune caselle ‘neutre’, che producono effetti diversi, come la pesca di carte imprevisti e probabilità).
Rispetti ai gestionali ai quali siamo abituati, dove ogni centimetro è spesso sfruttato per ospitare materiali o tessere qui infatti ai fini del gioco è sfruttata, di fatto, la sola striscia della cornice, sulla quale si muovono i segnalini. Se pensiamo per esempio, per rimanere su titoli classici (tra i moderni) dello stesso macrolivello di complessità, ad Ticket to Ride o Catan, riscontriamo che il tabellone è in essi sfruttato per accogliere treni per costruire un percorso, oppure vari tipi di edifici e strade, essendo il controllo del territorio (caselle o percorsi) una specifica meccanica di gioco. Lo stesso Metropoli, della EG, che ripercorre le idee di base del Monopoly, inserisce al centro del tabellone una grande quantità di cubotti componibili.
Nell’insieme, però, a voler essere equilibrati si deve riconoscere che a partita avviata la sua figura sul tavolo il gioco (pur soccombente di fronte agli standard odierni) la fa ancora, grazie al multicolore delle banconote, alla presenza scenica donata dalle casette ed alberghi ed ai segnalini, più o meno ricchi a seconda delle versioni del gioco (io li ricordo ancora in legno, ma ci sono anche in metallo ed in plastica).
Innestata su questa base molto semplice c’è poi la meccanica gestionale, ovvero il fatto che, una volta completato un set di contratti dello stesso colore (due o tre a seconda dei casi) è possibile iniziare a costruirvi sopra case ed alberghi, ottenendo rendite moltiplicate di molto. I giocatori dovranno quindi comprendere quale sia l’equilibrio ideale tra lo spendere più denari possibile per costruire subito il massimo di edifici (correndo però il rischio di dover poi svendere se finiranno i soldi prima che qualcuno passi sopra i loro alberghi nuovi di zecca) o se adottare approcci più conservativi.
Nel contempo è prevista la possibilità di avviare trattative con i compagni di gioco, ovvero mettersi a scambiare contratti, con o senza conguagli in denaro e questo, a ben vedere, costituisce la parte più vivace del gioco, perché consente di donare al tutto un bel livello di interazione. Tra i giochi moderni ricordiamo quanto un gioco come Catan benefici proprio della fase di trattativa nello scambio di merci.
Qualche scelta strategica quindi Monopoly consente sicuramente di porla in essere, perché il giocatore accorto ed esperto si troverà alla fine quasi sempre a prevalere su quelli meno addentro alle meccaniche, tuttavia un peso davvero forte lo ha il fattore alea, perché, in bene o male, il motore del gioco sta nel tiro dei dadi, che qui non è modificato da nessun fattore.
Tra i giochi moderni abbiamo visto invece come molti autori si siano sbizzarriti nell’imbrigliare i dadi all’interno di meccaniche tali da renderli solo una specie di generatore casuale di numeri, limitandone al minimo l’effetto sul gioco. Per avere alcuni esempi si possono vedere titoli come I Castelli della Borgogna (Burgen von Burgund) o Bruges di Feld, Troyes o anche solo Yspahan, nei quali si tirano anche molti dadi, che sono sfruttati non per muovere, bensì per l’acquisto di risorse o edifici o altro ancora.
L’interazione proposta è, ovviamente, forte, tuttavia si deve anche dire che, passata la fase degli scambi (che i giocatori più esperti potrebbero anche decidere di saltare del tutto o quasi, soprattutto in partite nelle quali loro hanno ottenuto una o più terne e gli altri sono titolari solo di contratti spaiati), il gioco tende ad appiattirsi sul thrilling del tiro del dado, ovvero sull’attesa, turno per turno, del fatto che lo sfortunato giocatore che tira capiti su caselle particolarmente costose, avvicinandosi mano a mano alla bancarotta.
E qui si arriva ad uno degli aspetti potenzialmente più negativi, ovvero la durata del gioco (comunque accorciabile a piacimento con regole personalizzate), perché quando le proprietà sono abbastanza distribuite e magari diversi set sono spezzati (con un tabellone, quindi, non troppo pieno di alberghi), è ben possibile che i giocatori continuino a girare instancabilmente per il tabellone, senza avvicinarsi alla agognata eliminazione degli avversari. Ricordo personalmente molte di queste partitone, potenzialmente infinite, che trovavano poi termine nella chiamata a cena o per la notte dei genitori …
Altro aspetto per il quale il gioco risente un poco del tempo è quello legato alla mancanza di meccanismi idonei a dare reali chance di ritornare in partita a chi rimanga indietro ed al fatto che resta un gioco ad eliminazione, dove uno potrebbe uscire dopo una mezz’ora e rimanere poi per un paio d’ore a dormire nell’attesa che gli altri finiscano (quello che chiamiamo problema del runaway leader).
Nei giochi moderni esistono infatti, di norma, dei correttivi tesi a fornire a chi resti indietro un piccolo vantaggio, tipo il giocare per primo (cosa che nel Monopoly non ha grande senso, ma che in titoli nei quali si acquistano cose sul mercato attribuisce una appetibile facoltà di prima scelta) o godere di una piccola rendita. Pensando al Monopoly si potrebbe pensare, per fare un esempio, a qualche regola che consenta di edificare anche su terreni singoli (magari con penalità), per rimettere in gioco chi resti privo di set completi di terreni.
Passando alla scalabilità, ovvero a quanto il gioco sia adatto ad essere proposto a gruppi di diversa consistenza numerica, direi che in due il gioco è forse ai suoi livelli più bassi, perché chiaramente, avendo un solo avversario, non è che ciascuno sia così invogliato a fare scambi (o meglio non lo è chi è capitato sulle caselle più ricche, acquistandole subito), crescendo invece nelle versioni multigiocatore. Per contro, con troppe persone al tavolo, l’aspetto negativo diventa quello del ‘cosa fare quando metà dei presenti sono fuori e gli altri hanno ancora due ore?‘ e qui la mia risposta diventa ‘andatevi a leggere l’articolo di introduzione sui giochi da tavolo moderni e compratevi qualcos’altro per giocare mentre aspettate che i vostri amici finiscano’ (l’articolo lo trovate qui).
Direi che probabilmente il numero ideale è intorno ai quattro o cinque presenti.
Chiudo dicendo che il gioco, grazie al fatto di essere universalmente noto, è pensato come proponibile praticamente a chiunque (che ne abbia voglia), ma nel contempo non presenta, soprattutto avendo riguardo alle schede dei singoli contratti, piene di numeri, quella semplicità che contraddistingue, invece titoli introduttivi veri e propri come quelli che concorrono annualmente per il premio del Gioco dell’Anno.
Pensiamo per esempio ad uno Splendor, ad un Carcassonne, Thurm und Taxis, Ticket to Ride o Dixit e scopriamo come essi godano di regole molto più semplici ed immediate, abbinate ad una potenziale profondità che si rivela maggiore di quella di Monopoly, perché a ben vedere meno pesantemente influenzata (anche se non del tutto, a seconda dei titoli) dalla sorte.
Diciamo quindi che non lo vedo esattamente come un titolo ‘introduttivo’, o almeno lo è molto meno di quelli che ho citato nell’articolo di guida ai giochi da tavolo di cui vi ho parlato nel paragrafo precedente.
CONCLUSIONI
Monopoly resta nell’immaginario del grande pubblico IL gioco da tavolo per antonomasia ed il suo mito continua ad essere alimentato dall’editore, grazie ad un attiva opera di marketing e pubblicità, oltre che dalla continua uscita di edizioni speciali tematiche.
Anche i giocatori più esperti, pur non avendolo ragionevolmente messo sul tavolo da decenni, lo ricordano spesso con la nostalgia tipica di tutti i ricordi dell’adolescenza e finiscono poi talvolta, così come nonni e parenti medi poco fantasiosi, per regalarlo a nipotini e figli di amici.
In se il gioco è tutto ciò che un mito di solito rappresenta, ossia il fatto di essere un progenitore e porta con se, oltre all’alone di storia sullo sfondo, anche i limiti legati agli anni che passano, nel corso dei quali, come dicevo in premessa i giochi da tavolo (specie negli ultimi 3-4 decenni) hanno conosciuta una forte evoluzione.
Di conseguenza, pur conservando il fascino del suo passato, oggi come oggi è un titolo un pochetto ‘superato’ e forse sarebbe l’ora che il grande pubblico quantomeno gli affiancasse, nelle proprie scelte di ‘regali facili’, anche qualche titolo più moderno (l’articolo con una guida ai giochi moderni lo trovate qui), visto che in giro c’è disponibile un sacco di roba che si propone come più ricca nei componenti, più elegante nelle meccaniche e più curata nella confezione.
Tutto questo però vale solo se avete voglia di andare a scavare un attimo più in profondità prima di scegliere il prossimo regalo, per voi o per i vostri familiari ed amici … 😉
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