scritto da White Winston (Andrea P.)
Questo articolo nasce da una riflessione che ho fatto tempo fa, pensando ai concetti di fast food e slow food. Col primo ci si riferisce a quel tipo di ristorazione, originaria dei paesi anglosassoni, veloce da cucinare, consumare e generalmente economica. Una vera e propria corsa al cibo, dove conta il consumare in fretta, il nutrirsi a basso costo, a scapito di tutto il resto (qualità, servizio, relax, socialità). Lo slow food è un po’ la risposta (tricolore) a questo fenomeno, ormai diffuso anche in Italia, dove si riporta al centro del momento del pasto la genuinità e la qualità dei prodotti, il gusto (sempre nell’accezione più qualitativa del termine), la tradizione, la socialità attorno al tavolo, aspetto in particolare che richiede del tempo. Ebbene, utilizzando questa metafore culinaria, possiamo dire che la crescita e la diffusione del gioco da tavolo negli ultimi anni abbia rappresentato una vera e propria risposta alla frenesia dei tempi moderni, al bisogno di socialità reale contrapposta ai social virtuali. Un ritorno alle origini quindi con un hobby che richiede tanto tempo, un tavolo, un gruppo di amici, un momento di condivisione e di pausa da tutto il resto. Un vero e proprio “slow play” contrapposto al “fast play” dei giochi per cellulare, tanto per citare un esempio, o più in generale di un vero e proprio stile di vita.
Ma siamo davvero sicuri che il gioco da tavolo rappresenti questo per noi?
Giochi incellophanati che giacciono inermi sugli scaffali, bottini enormi di ritorno dalle fiere che neanche un anno di gioco ininterrotto potrebbe consumare, Kickstarter che offrono letteralmente chilogrammi di materiale, molto spesso inutile, ridondante, costoso e che nel migliore dei casi verrà utilizzato una sola volta (o forse neanche quella). Noi, che dovremmo rappresentare i baluardi dello slow play, conosciamo molto bene questi aspetti dell’hobby, che nulla hanno di slow. Anzi, assomigliano più a caratteristiche di un hobby fast, dove il consumo viene prima di tutto, dove l’acquisto è la parte più importante, dove l’accumulo rappresenta la vera soddisfazione e la collezione il solo e unico punto di arrivo.
Sindrome da acquisto compulsivo o “Oniomania”, dal greco “onios = in vendita” e “mania = follia”. Una vera e propria malattia caratterizzata dal bisogno, dalla necessità di acquistare qualcosa. All’acquisto segue un sentimento di colpa, un senso di vergogna e molto spesso l’oggetto acquistato non viene neanche utilizzato né goduto. Il piacere effimero è legato al solo acquisto e, una volta ricevuto, l’unico modo per riattivare il buon umore è acquistare ancora, rilanciando sulle perdite come giocatori d’azzardo. Spesso l’acquisto serve a colmare dei vuoti lasciati da altri aspetti della vita, delusioni, incertezze, mancanze e le scatole (nel nostro caso specifico) diventano praticamente dei tappabuchi temporanei, dei cerotti inadatti a fermare un’emorragia ben più importante.
Si sente tanto parlare di longevità dei giochi da tavolo come caratteristica spesso fondamentale, ma nel contesto sopra descritto diventa un concetto assolutamente ridicolo e anacronistico. Provate a pensare quante volte intavolate mediamente ogni gioco da tavolo (siate onesti e fate una media tra quelli giocati molte volte e quelli magari anche zero) e moltiplicate quel numero (che scommetto molto spesso sarà compreso nell’intervallo 1-5) per 2,5 ore, il tempo medio comprensivo di tutto (preparazione, gioco, spreparazione) per giocare un peso medio. Bene… il numero che otterrete non sarà neanche lontanamente parente del tempo che normalmente verrebbe dedicato, ad esempio, a un videogioco, elemento non certo da demonizzare (sono il primo ad amarli), ma sicuramente molto lontano come tipo di esperienza rispetto a quella offerta da un gioco da tavolo. Se poi volete farvi ulteriormente del male, dividete il prezzo della scatola per quel numerino e otterrete il costo orario del vostro gioco da tavolo. Come dite? È venuto fuori un numero paragonabile al vostro stipendio netto orario?!?
Ciò nonostante, si continua a ritenere importante espandere un gioco prima ancora di averlo provato per paura che non sia abbastanza longevo, a preferire tutte le asimmetrie e i setup casuali per avere potenzialmente una durata infinita nel tempo, a chiedere ai nuovi giochi più modalità, più materiali, più scenari, più personaggi, più varianti, più… quando l’unico “più” che dovremmo chiedere è il tempo da dedicare all’hobby perché quel gioco, magari, sarà proprio uno di quelli a fermarsi a zero partite.
Sia chiaro, questo articolo non vuole giudicare nessuno… è soltanto un modo per far luce su un problema che esiste nel nostro hobby (del quale si parla poco o niente) e provare a creare un terreno di discussione personale e interpersonale, che magari ci possa aiutare a riflettere e mettere un freno a questa frenesia che, razionalmente, è proprio l’esatto contrario dello spirito che sta dietro alla sana e antica passione dei giochi da tavolo.
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