Passo poi a qualche memoria dei tempi dell’università, con gli ultimi treni con i sedili in legno, ovvero il mistico locale delle 10 e passa di notte, che riportava a casa da Pisa intorno alle mezzanotte (o quando ne aveva voglia lui) o la littorina che partiva la mattina presto dalla stazione e dalla quale si diceva che più di una volta, prima che fosse dismessa definitivamente, i passeggeri erano stati fatti scendere per farla ripartire più agevolmente quando si fermava.
Non la tiro quindi troppo in lungo, perché l’idea di fondo che volevo trasmettere con il discorso del treno è quella che i tempi recenti ci restituiscono soprattutto il desiderio di arrivare presto al nocciolo delle cose e questo, nell’ambito dei giochi da tavolo, vuol dire cercare, rapidamente e spesso a priori (senza nemmeno provarli), di capirli, inquadrarli, catalogarli, criticarli e ‘romperli’, con tutti i mezzi possibili.
Voglio dire che non appena un titolo esce, si scatena subito, su internet, la corsa ad elencarne gli aspetti negativi, le mancanze di bilanciamento, la presenza di una strategia dominante e più in generale tutte le magagne che gli possono impedire di essere rigiocato allegramente per almeno cinquanta partite.
Tutto questo come se non fosse vero, invece, che mediamente un gioco compare sul tavolo tre o quattro volte al massimo prima che si passi ad un altro e che se va bene il gioco al quale abbiamo tempo per fare 50 partite lo troviamo una volta a lustro (e/o spesso è un filler).
Ricordo bene quando mi innamorai di Russian Railroad, scontrandomi subito con il preconcetto, non si sa bene diffuso da chi, che fosse un titolo nel quale ‘l’unica via per la vittoria è la Transiberiana’. Era stato in gioco che maggiormente ci aveva impressionato ad Essen, con regole complesse ma scritte molto bene, componenti studiati nei particolari, grafica a tema e, pur giocato nel dopo mezzanotte, ci aveva lasciati alla fine meno stanchi di quando avevamo cominciato, sicuri di aver trovato un ben cinghialino.
Poi rientro e faccio visita ad un secondo gruppo ed ad un terzo, sentendo in entrambi dell’antipatico marchio “ma è bacato”: mi metto lì di buzzo buono e volutamente cambio strategia ad ogni partita, dimostrando che si può vincere in modi diversi. La realtà è che, come in quasi tutti i giochi, se uno segue una strategia solida, diversa da quella degli altri, vince prosperando mentre gli altri si fanno la guerra.
L’esempio appena fatto lo posso ripetere anche con Tzolkin, per il quale l’idea che ci fosse una strategia vincente a prescindere si faceva strada come un bruco nella mela nella testa di tutti i miei compagni di gioco, nonostante il fatto che poi, messo sul tavolo, nessuno di noi neppure ricordasse bene le regole.
E gli esempi di giochi ‘stroncati’ a priori ingiustamente, segnalandone la presunta mancanza di profondità, si sprecano.
Da dove nascono queste voci incontrollate? Da internet, dove confluiscono le idee di un sacco di persone, non sempre filtrate adeguatamente.
Il fatto è che se un omino ad Anchorage compra il gioco e, avendone il tempo, lo mette sul tavolo per cinquanta volte o lo gioca altrettanto online (di questo ne parleremo dopo), in un modo o nell’altro le strategie dominanti le trova (salvo che il titolo non sia uno dei pochi capolavori assoluti, ma non è detto lo stesso) e poi le mette su internet.
Qualcuno che non ha neppure mai visto la scatola del gioco legge il tutto e commenta: “il gioco è rotto, perché ha delle strategie dominanti“. La voce poi si sparge.
Poco conta il fatto che, se evitavi di leggerti l’articolo con l’illustrazione delle strategie, potevi fartele anche tu le cinquanta partite, prima di darlo per finito ..
Un esempio forse calzante di questo è stato per me quello di Zertz, un gioco astratto (parte del progetto GIPF) dai bei materiali (cerchi di plastica e palle) che richiama fortemente lo spirito della dama, fortemente modernizzato e stilizzato. Una volta messo sul tavolo, scoperto grazie al suggerimento dell’amico astrattista che non sento da tempo, è amore a prima vista, anche grazie ai componenti.
Ci faccio qualche partita al volo e poi mi metto a studiarlo. Ad un certo punto trovo un articolo di strategie (lo trovate qui, di Stephen Taverner) nel quale erano spiegati i principi cardine del gioco: attratto come una falena dal fuoco, lo leggo tutto avidamente.
Poi trovo una versione digitale del gioco (Holtz, se non erro con una AI) ed infine mi butto online su Boardspace e faccio qualche epica partita con gente forte, arrivando a capire alla fine che il gioco, effettivamente, sottoposto ad una aggressione di studio massiccia, diventava un attimo ripetitivo, con partite che erano segnate nel loro esito nel giro di due o tre mosse.
Voi penserete che il mio giudizio finale sul gioco sia a questo punto negativo, ma vi stupisco dicendo che secondo me è un ottimo astratto, meritevolissimo di essere acquistato.
Perchè?
Perché alla fine mi aveva impegnato seriamente, ossia attirandomi a studiarlo ed a leggere su di esso ed a discuterne per ore per telefono per con il mio astrattista di fiducia, per almeno un mesetto e poco conta che poi lo abbia considerato ‘finito’, perché mi aveva già restituito molto, molto di più di quello che potevo chiedere da lui.
L’importante non è stata la destinazione, ossia l’averlo ‘finito’, ma il viaggio, ovvero il tempo proficuamente dedicato a scoprirlo.
Per completare il circolo della metafora iniziale, è come andare in viaggio verso una città lontana in treno, comprendendo il paese non tanto dal giorno che trascorri nella meta, ma vedendo, di volta in volta, come nella transiberiana di una volta, la realtà del paese che attraversi.
Forse troppo filosofico, ma spero di aver dato l’idea.
ONLINE?
Nel ragionare ancora sulla longevità dei giochi un secondo aspetto che vorrei toccare è quello legato alla possibilità, sufficientemente diffusa, di giocare il nostro boardgame anche online.
Sino a poco tempo fa la cosa era assolutamente eccezionale e legata all’iniziativa di qualche appassionato che fosse pure programmatore, mentre da qualche tempo si nota che il numero dei titoli che godono di qualche forma di adattamento virtuale, siano essi consistenti in app per tablet e simili o in siti specializzati (tipo Yucata.de), aumenta.
In particolare prendo qui ad esempio Star Realms, ottimo gioco di carte basato sulla meccanica del ‘costruisci il tuo mazzo giocando’ (deckbuilding). Il gioco, inizialmente finanziato grazie ad una campagna kickstarter, ha ben presto visto sviluppata una app ben fatta che è attualmente disponibile su diverse piattaforme (ipad, android, windows, mac), la quale riproduce fedelmente il gioco, con tutte le carte disponibili (almeno quelle di base: non seguo molto, come sapete, il mercato delle espansioni), aggiungendovi anche diverse varianti (come quella di gioco contro in computer, in modalità campagna).
Ebbene, Star Realms mi fu proposto in una notte ad Essen dall’amico Federico, che ne era rimasto rapito al punto da ordinarlo da tempo negli States (lo aveva fatto, se non ricordo male, proprio nel registrare una puntata del nostro podcast) e lo giocai, devo dire senza particolare entusiasmo (era anche tardi …) con il buon Sergio, il quale il giorno dopo lo acquistò in fiera.
La modalità online ha funto in quel caso da valido strumento pubblicitario per l’acquisito del gioco fisico.
Per diverso tempo, pur venendo di volta in volta a sapere di qualcuno del gruppo che lo aveva comprato a sua volta, mi sono quasi dimenticato di lui, anche perché si tratta di titolo che nasce per il gioco a due (anche se poi qualche modalità multigiocatore, forse un pochetto stiracchiata, la presenta), mentre quando ci si vede siamo sempre in numero maggiore (e la gentil consorte non gradisce titoli troppo conflittuali).
Durante un weekend mi trovo poi a disposizione per un paio di serate, il tablet di mio figlio e, un poco annoiato, scarico l’applicazione e, facendola breve, gli dedico due serate (22-24.30), divertendomi parecchio, con un numero di partite fatte imprecisato (tante).
Mentre alla fine della prima sera ero preso dalla scimmia, alla fine della seconda avevo intuito di aver praticamente esaurito l’entusiasmo, in larga parte perché il tempo che ho a disposizione per i boardgame preferisco dedicarlo tutto al gioco di persona e perché comunque, quando gioco online (raramente) un gioco da tavolo, lo considero alla fine una cosa diversa, inserendolo a piè pari in un’altra categoria, ovvero quella dei videogiochi.
Probabilmente in quest’ultimo passaggio logico sono un poco esagerato, ma quello che mi ha lasciato la furiosa due giorni è la sensazione di aver in parte bruciato Star Realms per il gioco ‘fisico’ e, non si sa mai che qualche volta sui nostri tavoli finisca anch’esso in futuro, non volevo finire di bruciarlo del tutto.
Quando un titolo infatti ti abitui a giocarlo online, a maggior ragione con il computer (ma anche se hai un avversario dall’altra parte, con il quale non scambi una parola aldilà del ciao iniziale, che molti addirittura saltano, non so che differenza ci sia), ti abitui ad una modalità di gioco molto più rapida e quando poi lo provi con gli amici ti senti un poco come andare in un treno regionale, dopo aver utilizzato l’alta velocità …

ALLA FINE ?
Alla fine rieccoci quindi al treno del quale parlavo all’inizio ed anche qui lo sfrutto per dire che la bellezza nell’esplorare i giochi e nel comprendere le complessità e le strategie sta in larga parte nel farlo al tavolo con gli amici e non seduti ad un computer o con un tablet davanti.
Del resto se si chiamano giochi da tavolo un motivo ci sarà, o no?
Questi i miei classici 2 cents, che metto sul tavolo per stimolare la discussione, conscio del fatto di aver dato in qualche passaggio l’idea di aver voluto indossare una maschera (da teatro greco, quindi di voluta preimpostazione di un sentimento) da avverso alla tecnologia, ma l’ho fatto solo per spiegare il bello che sta intorno al tavolo ed il bello che si può trovare nell’assaporare con calma il gusto di quello si mangia.
Qualità sulla quantità … 😉
Meglio un bel piatto di cinghiale che due chili di alette di pollo fritto con le patatine …
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