scritto da Signor Darcy
Stamattina ho comprato la nuova edizione di Through the Ages.
Un po’ mi sento in colpa, perché so che probabilmente non riuscirò a giocarci spesso. Non sarebbe nemmeno la prima volta che succede, peraltro e nonostante abbia più volte ripetuto a me stesso di non voler diventare un mero collezionista di giochi da tavolo.
Beninteso: non è facile giocare abbastanza i titoli che si comprano. A volte magari viene naturale, quasi inevitabile: titoli ormai considerati dei classici, quali i più tipici degli introduttivi oppure quelli che vantano un pedigree da capolavoro, sono giocati tantissimo – vuoi perché Ticket to Ride piace a tutti, vuoi perché Carcassonne è l’abicì del gioco da tavolo, vuoi perché Puerto Rico è un fottuto colpo di genio.
Altri dei tuoi giochi, fortunatamente, riesci bene a ricordare come sono fatti, perché anche altri del tuo gruppo li apprezzano e una partita ci scappa volentieri: magari non diventerò un maestro vivente di Alta tensione, ma cavolo, almeno ogni tanto riesco a provare qualcuna delle troppe mappe aggiuntive che nemmeno ci stanno nella scatola. Ancora, un paio di scatole le apri perché – a volte, incredibilmente, capita – magari siete in otto e non hai granché alternative, e allora via di Nome in codice o di The resistance: Avalon.
Ma gli altri? Quei giochi che ti sei scelto perché ti piaceva la meccanica, perché ti faceva sbavare l’ambientazione oppure perché diavolo, era consigliato proprio per pi greco giocatori e stava tranquillamente nelle tre ore e ventidue minuti – paralisi da analisi compresa – e ora non prendono polvere solo perché li tieni in un armadio?
PREMESSA
[Fabio] Ho ricevuto questa lunga riflessione dell’amico Signor Darcy, il quale parte dal presupposto di analizzare i pro ed i contro legati all’accumulo di scatole dei nostri adorati titoli.
Il tema non è per noi nuovissimo, in quanto ne avevamo parlato in un mio articolo (lo trovate qui), nel quale appunto mi chiedevo “quante partite fate ad un gioco prima di metterlo via?” e mi divertivo a ragionare della cosa con tutti voi, anche nel successivo scambio di commenti.
L’amico Darcy di seguito ci propone un suo approccio, che leggo anche nella logica di una soddisfazione del suo personale senso di colpa per l’accumulo di troppe scatole 🙂
A lui però rispondo (aprendo io stesso il dibattito prima che leggiate il resto) che alla fine ognuno di noi ha alcuni hobby ed interessi che aiutano a vivere con il sorriso le giornate, spesso ricche di momenti difficili, noiosi o problematici, pensando a quando, magari in una serata con gli amici, sarà possibile farsi quattro risate o finalmente prendersi la meritata pausa di riflessione di fronte ad un bel cinghialozzo.
La ricerca del gioco perfetto, come segnalavo in un’altro articolo di riflessione (qui) è una sorta di viaggio, nel quale il percorso alla fine diventa più importante del raggiungere la destinazione, per cui diciamo che il provare tanti titoli è sempre interessante, perché ci aiuta a capire cosa offre il mercato, ci aiuta ad elaborare una scala di gradimento e perché, alla fine, è divertente, esattamente come leggere tanti libri o guardare tanti film diversi … 😉
Nel contempo anche io apprezzo di potermi fermare a volte a riprovare più volte i più belli, andando un poco controtendenza, per cui, semplicemente, dico che ognuno deve trovare la sua giusta via di mezzo tra il vedere sempre cose nuove ed il fermarsi sempre e solo su pochi titoli classici. Per ognuno quel punto, naturalmente, è diverso e la cosa rispecchia la propria personalità e sensibilità ludica … 🙂
Vabbè, ho parlato sin troppo e lascio la parola all’amico Signor Darcy 🙂
Premesso; non giudico nessuno: la cosa bella di una passione è che ciascuno è libero di viverla come meglio può e crede. Solo mi chiedo: davvero tenere delle scatole per il solo gusto di sapere di averle ci soddisfa? Davvero crediamo che se riusciamo a fare qualche partita – la prima con qualche regola sbagliata ma tanto è di prova, la seconda poco dopo, la terza quando e se Saturno entra in congiunzione con Venere e Urano nella costellazione dell’Ofiuco – un titolo si è già ripagato?
Se la risposta è sì – e a casa non hai una madre/nonna/moglie che si vede recapitare pacchi una settimana sì e l’altra pure e chiede spiegazioni; e magari hai pure un conto in banca che potresti giocare all’edizione speciale di Caylus con la plancia di marmo e i talleri in oro massiccio – allora forse davvero ti va bene così. Buon per te: proverai molti più giochi di me e parlerai con cognizione di causa di giochi di originalità nulla ma con sopra il nome del tuo autore preferito (perché potrai capire di avere un autore preferito); e io, magari, ti invidierò un pochino quando riuscirai a fare una tua personale classifica di gradimento degli Splotter Spellen, ignorando il fatto che li hai ordinati in base al valore degli organi che hai donato per averli. Ma personalmente finisce lì. Perché è vero che ti va bene così, sudando in mezzo alla calca di una fiera ludica, barattando cibarie per una sedia a un tavolo e comprando giochi a scatola chiusa per poi capire che forse era meglio aspettare. Lo fai perché ti piace l’odore della fustella al mattino – tutte le mattine. Lo fai perché i giochi da tavolo sono la tua passione, ti divorano il tempo libero e giustamente ti piace essere sempre aggiornato.
Se però la risposta è no (anche se magari sarebbe pure sì, ma non ce la si fa mica a starci dietro), allora è il momento di fermarsi un secondo.
Quale che sia la direzione di provenienza (RisiKo, burraco, battaglia navale), una volta entrati in questo vortice di dadi modificati da cammelli, tessere bonus grigio-topo e lavoratori cilindrici da piazzare su cerchietti numerati, subentra immediatamente un problema: la tua ludoteca personale – una mensola in soggiorno, un armadio in camera, una scatolone in soffitta –, per quanto sterminata, ti sembra sempre troppo scarna; e allora decidi che non ne hai abbastanza.
Il punto è che per i primi tempi gli acquisti sono bene o male mirati: per esempio, una volta che hai capito che il tuo gruppo preferisce gestire cubetti marroni (würstel), gialli (crauti) e bianchi (zuppa di cipolle) invece di muovere con un dado unto meravigliose miniature a forma di cheeseburger e di barile di frappuccino, arrivare a Terra Mystica o a El Grande è un attimo (il discorso varrebbe anche per Agricola, ma – almeno per il momento – non mi va di affamare me per averlo). Bello tutto, eh: ai giochi che hai ci giochi cinque, dieci volte, a volte di più – sono dell’idea che i giochi vadano intavolati il più possibile, che ci volete fare?
I giochi che custodisci come reliquie, pieni di sacchetti di plastica, fogli di FAQ scaricate e stampate e promo grondanti dollari li giochi quando puoi, ti piacciono; ti diverti, però c’è sempre quel senso di insoddisfazione maledetta, c’è sempre quella malsana voglia di nuovo.
Quel nuovo, per intenderci, che non fai in tempo a dire “nuovo” che c’è già il nuovissimo. Che fare? Di provarlo, rarissime eccezioni a parte, non c’è modo; ci sono però le recensioni, i video, le scatole aperte in mondovisione: c’è Agzaroth che ha già provato, recensito, consumato e rivenduto il gioco che ho in mente di progettare; c’è Alkyla che in quindici minuti riuscirebbe anche a spiegarti come compilare il modulo del 730; c’è Dado che a ogni titolo che adocchi ti abbina salume e birra. Insomma, all’inizio un po’ ti orienti: compri Glen More (fico, se insisto un po’ ci giocano), compri The King is Dead (fico, magari tra due mesi riesco a farglielo giocare ancora), compri Twilight Struggle (fico, magari un giorno del 2019 io e il mio amico divoracinghiali storici che vive all’estero riusciremo ancora a ritagliarci tre, quattro ore).
Può succedere che un giorno capisci che no, non puoi starci dietro; banalmente, perché di giochi ce ne sono e ne escono fin troppi. Sicuramente Russian Railroad ti farebbe grondare cubetti di sudore; sicuramente Brass è un gioco tanto bello quanto ostile; sicuramente i 18xx sono giochi della madonna; sicuramente quella maledetta rotella di Gerdts ti rotolerà su un piede; e poi Feld: Feld di qua, Feld di là, Feld che è un genio, Feld che non è ambientato e regala punti anche solo a lavarti le ascelle – ma vuoi mettere? E allora mettiamo: due amici comprano Die Burgen von Burgund, lo provo, mi piace, lo prendo – è comunque tra i magnifici dieci (anzi, nove, visto che uno c’è due volte – ma su questo punto ci sono già passato e ci tornerò) di bigigì.
Poi ancora, studi le liste dei cento giochi di Fabio e della sua combriccola, e cazzo, scopri che Wir sind das Volk! ha un’ambientazione strepitosa e costa pure relativamente poco.
E poi ancora, ci sono i dieci, cento, mille giochi che escono ogni mese, a prezzi ormai fuori controllo (ditemi quello che volete sul marchio, le proprietà grafiche, i diritti d’autore; ma Dixit 2 – un mazzo di carte – continua a costare quanto una cena al giapponese, bevande escluse).
E non è tutto; perché nel mio armadio dei giochi temo si annidi uno spettro che aspetta solo uno spiraglio per uscire. (A volte spengo la mente e vedo manciate di dadi rotolare, miniature di navi che scaricano merci piccolissime in porti con il nome illeggibile, duelli navali persi che compromettono partite di quattro ore; e allora se da una parte un po’ penso che forse mi piacerebbe provare anche qualche titolo che sta al di là della cortina di cartone, dall’altra benedico chi ha deciso che Corsari dei Caraibi al momento non è disponibile per chi non ha voglia di depredare un galeone spagnolo). Ecco: se non sapete come muovervi, da che parte girarvi, provate a non starci dietro.
Tanto, se un gioco è bello, emerge: tempo un paio di settimane, qualche mese al più; ma emerge.
Sulle tracce di Marco Polo me lo sono fatto regalare per Natale (ecco, meno male che ci sono i regali comandati: fanno davvero contenti tutti), a colpo sicuro – e infatti l’ho giocato ormai più di trenta volte, e sono contento di averlo.
In futuro ci saranno altri marchipoli; ma ho deciso che non sarò io a trovarli.
Per un quieto vivere interiore – ma anche esteriore –, insomma, penso che nel mio caso sia buona cosa dare ragione a chi dice che di giochi ne ho già tanti – e, in effetti, non è che abbia proprio tutti i torti. Così, perché in fondo sono una persona matura, ho deciso di investire il turno attuale garantendomi il diritto di essere il primo a giocare in quello seguente; e niente, Tascini & Luciani permettendo, per ora mi limito ad aspettare che qualche casa di buon cuore riediti quei due, tre titoli storici che diamine, quelli sì!
Lo sapete bene, quali: quei titoli che già oggi fanno la storia del gioco da tavolo e che sono introvabili come il calzino da abbinare a quello che hai in mano, nella camera al buio. Giochi come Agricola, come Vanuatu se un domani mi girerà.
E come quello che stamattina ho deciso di comprare perché oggi è disponibile, mentre del domani non v’è certezza.
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